Non c’è dubbio che il 2025 si stia configurando come un anno decisamente incerto per i mercati finanziari. La volatilità vista sui listini azionari è solo uno degli elementi che sta condizionando l’umore degli investitori. Sulla scena agiscono, quantomeno, da coprotagonisti due asset: il petrolio e i titoli di stato degli Stati Uniti (i Treasury). Oggi parliamo di petrolio.
Qualche settimana fa scrivevamo del prezzo del petrolio, particolarmente basso, come di un elemento che potrebbe favorire ed accelerare la transizione energetica. Oggi torniamo sull’argomento per fare qualche riflessione più finanziaria e per capire, se possibile, cosa sta succedendo all’oro nero. Il punto più interessante è che la debolezza della domanda sembra, per certi versi, un elemento di contorno nella vicenda che ha visto i prezzi del Brent scendere in zona 60 dollari, registrare una perdita annua di 14 punti percentuali e toccare i minimi dal 2021. Il driver principale è l’offerta, troppa. E non sarebbe nemmeno finita qui. L’OPEC+, infatti, starebbe pensando di aumentare ulteriormente la produzione di petrolio, aggiungendo 411 mila barili al giorno a partire dal prossimo luglio.
Ma perchè l’OPEC+ vuole aumentare la produzione a discapito del prezzo? La risposta, secondo molti analisti, sta in un vero e proprio cambio di strategia da parte del cartello di produttori: dalla difesa dei prezzi si sta passando alla difesa delle quote di mercato. In altri termini, vista l’ascesa dei nuovi player, Stati Uniti in testa, la strategia dell’OPEC+ è quella di inondare il mercato di petrolio, ridurre i margini di profitto e salvaguardare il proprio territorio di caccia. Per gli Stati Uniti un’arma a doppio taglio: da un lato l’amministrazione Trump potrà dire di aver ridotto i prezzi del carburante come promesso in campagna elettorale, dall’altra dovrà dare qualche spiegazione al settore dello shale oil che a questi livelli di prezzo rischia di uscire dal mercato.
In questa lotta per la sopravvivenza a beneficiarne potrebbe essere, non si sa quanto casualmente, perfino la Russia. Attualmente le sanzione sull’esportazione del petrolio russo prevedono un cap del prezzo a 60 dollari. Se il prezzo dovesse scendere ulteriormente la sanzione sulle esportazioni di petrolio russo, di fatto, verrebbe meno. L’allarme è stato lanciato dal commissario europeo Valdis Dombrovskis, secondo cui sarebbe appropriato abbassare il cap a 50 dollari.
Insomma, in un periodo di pesante confusione geopolitica, le vicende relative al prezzo del petrolio e alle mosse dell’OPEC+ complicano ulteriormente la situazione.
Foto di Raimond Castillo







