2020 Global Retirement Index. La previdenza di domani minacciata dai tassi a zero

Tassi negativi, debito, disuguaglianze, recessione, cambiamenti climatici. I nodi che si stanno formando in questi anni – mette in guardia l’edizione 2020 del Global Retirement Index di Natixis – verranno al pettine nei prossimi decenni, anche in ambito previdenziale.

Il consueto report annuale sul mondo della previdenza redatto dalla società di investimenti Natixis mette in luce lo stretto rapporto tra quanto sta accadendo in questi ultimi mesi ed il futuro finanziario dei pensionati di domani. Il 2020 Global Retirement Index individua 5 grandi temi che hanno il potenziale per diventare serie minacce per il futuro della previdenza: tassi di interesse bassi o negativi, debito pubblico, recessione, cambiamenti climatici e disuguaglianze sociali.

I tassi di interesse bassi o negativi sono la prima e probabilmente la più seria minaccia al futuro previdenziale. La ricerca di Natixis, che ha come campione 44 paesi sparsi in tutto il mondo, ci dice che ben 16 paesi di questi hanno registrato un tasso reale (quindi al netto dell’inflazione) a 5 anni negativo. Nel 2016 il GRI ne registrava solo 1 (la Gran Bretagna).

Ma cosa significano i tassi bassi o negativi per la previdenza di domani? Due sono gli effetti. Da un lato fa crescere più lentamente il montante previdenziale, vale a dire il “gruzzolo” che costituirà la fonte di reddito nel periodo del pensionamento. Dall’altro lato rende più difficile per i fondi pensione far fruttare i capitali in gestione, dati i rendimenti più bassi.

Le conseguenze sono semplici da intuire: nel primo caso un’erosione del capitale previdenziale più veloce; nel secondo caso un’incidenza maggiore, ai limiti della sostenibilità, delle rendite da pagare da parte dei fondi pensione.

Istintivamente verrebbe da pensare che una logica contromisura a questo pericolo sia quella di aumentare le quote di risparmio da destinare alla previdenza. Ma qui, ricorda Natexis, entrano in scena un’altra pesante minaccia: la recessione. Com’è facilmente intuibile una fase negativa del ciclo economico implica una riduzione delle ore lavorate ed un aumento della disoccupazione, tutti elementi che riducono la capacità, per imprese e lavoratori, di irrobustire i propri piani pensionistici. La severità della recessione che stiamo vivendo ha portato, inoltre, milioni di lavoratori a rompere il salvadanaio previdenziale. Il Global Retirement Index ci ricorda infatti che ben 15 dei 44 paesi analizzati hanno autorizzato i lavoratori ad usare i fondi accantonati a scopo previdenziale per ovviare alla riduzione di reddito indotta dalla pandemia.

A questo punto si potrebbe pensare che, a fronte di una situazione così pericolosa, sarà lo stato a farsi carico del futuro previdenziale dei propri cittadini. Purtroppo, ed in questo l’Italia insegna molto, un simile scenario appare improbabile, ed il motivo si riassume in due parole: debito pubblico. Questo macigno di soldi da restituire sta crescendo, complice la forte e doverosa risposta alla crisi pandemica, in maniera omogenea in tutto il mondo.

Natexis ci ricorda il dato elaborato dal Center for Strategic and International Studies. Al 26 marzo scorso il pacchetto globale di stimoli fiscali, ampiamento finanziato a debito, ha raggiunto quota 5,4 trilioni di dollari, il 7.4% del PIL 2020. E chiaro che uno dei grandi temi del dopo pandemia sarà il rientro da questa montagna di debiti, con scelte difficili in materia di spesa pubblica.

Sullo sfondo rimangono poi altri due grandi temi: i cambiamenti climatici e le disuguaglianze sociali. Il primo con le sue potenziali conseguenze negative sia dal punto di vista fisico (e forse anche sulle aspettative di vita), sia dal punto di vista finanziario. Sull’altro fontre le discriminazioni di genere ed un preoccupante ritorno della povertà mettono a rischio il futuro previdenziale di milioni di persone.

Se nessuno dei 44 paesi può dirsi al sicuro da queste minacce, il Global Retirement Index ci ricorda però che non tutti partono da identiche condizioni. La classifica finale dell’indice, che considera aspetti finanziari, qualità di vita e salute, ci dice che Islanda, Svizzera e Norvegia sono sul podio, la Germania agguanta la top-ten, mentre gli USA salgono in un anno dal 18° al 16° posto. L’Italia? Non figura tra i primi 25 paesi.

Foto di Mabel Amber

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