Prevedere una recessione. Term spread o ciclo finanziario?

Alla fine di gennaio scorso la curva dei rendimenti americani è tornata ad invertirsi. Da sempre la differenza tra tassi a 2 anni e tassi a 3 mesi (il cosiddetto term spread) è considerato un segnale importante per prevedere una recessione. Ma avanza l’idea che sia altrettanto utile osservare il ciclo finanziario.

Quando successe la prima volta, nell’ottobre del 2019, i mercati finanziari manifestarono una certa preoccupazione. Stiamo parlando del fenomeno per il quale i rendimenti dei titoli di stato a 3 mesi superano i rendimenti di quelli a 2 anni. E’ la famosa inversione della curva dei rendimenti, o, valutandola in termini di spread, il momento in cui il term spread tra le due scadenze diventa negativo.

Il segnale di ottobre 2019, replicato a fine gennaio 2020, non sembra però, in questa occasione, fornire indicazioni convincenti. Gli analisti di Bloomberg, nel loro Recession Tracker, assegnano ad oggi una probabilità del 26% al fatto che una recessione possa travolgere l’economia americana nei prossimi 12 mesi.

Perchè il term spread non sembra più funzionare? E ci si può basare su qualche altro indicatore per trovare informazioni più complete? Se lo sono chiesti, in un working paper di ottobre 2019, i ricercatori della Bank of International Settlements. In particolare, la ricerca svolta da Borio, Drehmann e Xia si è concentrata sulla possibilità di utilizzare il ciclo finanziario come indicatore per prevedere una recessione.

Studiando gli andamenti del ciclo economico dal 1970 ad oggi, in 16 economie avanzate, i ricercatori hanno notato un importante cambiamento nelle cause scatenanti delle recessioni. Nel periodo tra il 1970 ed il 1984, prima del picco del ciclo economico, variabili come i tassi a breve e l’inflazione tendevano a crescere di molti punti percentuali; contemporaneamente il term spread diventava negativo e nessun indicatore evidenziava l’avvicinarsi di un boom finanziario.

Le cose, osservano alla BIS, sembrano essere cambiate dal 1985 in poi. Da quegli anni le variazioni percentuali di inflazione e tassi di interesse a breve, all’approssimarsi del picco del ciclo economico, sono diventate via via più marginali. Anche il term spread ha ridotto, sempre di più, la sua escursione in territorio negativo. Nello stesso periodo di tempo i dati mostrano un rafforzamento delle fasi del ciclo finanziario.

Si potrebbe dire, suggeriscono i ricercatori, che da recessioni basate sulle dinamiche dell’inflazione, si sia passati a fasi negative del ciclo economico scatenate dalla “rottura” del boom finanziario. Le motivazioni di questo cambiamento potrebbero essere molteplici: dalla sempre maggiore liberalizzazione dei mercati finanziari, ad una maggiore focalizzazione delle banche centrali sull’inflazione a discapito del controllo dei volumi di credito. Un ruolo importante potrebbe averlo avuto anche l’entrata nel mercato globale di attori in grado di abbassare i prezzi di merci e servizi, portando l’inflazione a livelli, quasi-strutturalmente, bassi.

Forse dire che è mutata la natura del ciclo economico è eccessivo ma sicuramente non è più possibile analizzarlo senza fare un confronto con le evidenze che arrivano dal ciclo finanziario.

Su cosa sia il ciclo finanziario abbiamo dedicato un post settimana scorsa. Lo studio condotto da Borio e dai suoi collaboratori, evidenzia come l’utilizzo di variabili collegate al ciclo finanziario permetta di rafforzare il segnale inviato dal term spread nel prevedere una recessione a 1 o 2 anni. In più, le variabili del ciclo finanziario sono in grado di avere una capacità predittiva anche su un orizzonte temporale più lungo (3 anni), cosa che il term spread non può fare.

Particolarmente interessante nell’analizzare il ciclo finanziario ed il suo avvicinarsi ad un punto di svolta sono i dati sui costi al servizio del debito (la somma di interessi pagati e quote di ammortamento per unità di reddito). Molti studi (tra cui Drehmann nel 2018) confermano che l’aumento degli oneri del debito incide sulla capacità di investire e sulla produttività, quindi sulla crescita di un’economia.

Foto di haffous36

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