Cina, l’anno del maiale (indigesto)

Per un curioso gioco del destino la Cina si trova ad affrontare, in quello che per il calendario cinese è l’anno del maiale, un massiccio aumento dei prezzi della carne suina. Un evento che ha spinto all’insù l’inflazione e che rischia di ridurre gli spazi di manovra della banca centrale di Pechino.

A settembre 2019 l’inflazione in Cina è salita al 3% su base annua, raggiungendo il target fissato dalla Banca Centrale. Secondo molti analisti la risalita continuerà ancora, almeno fino a gennaio 2020, quando potrebbe arrivare a toccare la soglia del +4%, un livello che a quelle latitudini non si vede dal 2012. Ma con l’economia in rallentamento ed una crescita del PIL che quest’anno rischia di non arrivare alla soglia psicologica del 6%, lo spunto violento dei prezzi non è un bene, anzi.

Perchè il livello dei prezzi in Cina sale? Tutta colpa dei maiali. Per spiegarlo partiamo da una premessa. La carne suina è uno dei principali alimenti per la popolazione cinese e la Cina ospita oltre la metà degli allevamenti di maiali nel mondo. Un bene talmente importante che lo stato centrale detiene riserve strategiche di carne suina congelata.

Fatta la premessa, passiamo ai fatti. A partire da gennaio 2019 ad oggi il prezzo della carne di maiale in Cina è letteralmente schizzato verso l’alto. L’ultimo dato, quello di fine settembre, segna una variazione annua dei prezzi del +69%. La motivazione alla base di questa impennata è un’epidemia di febbre suina che da mesi sta decimando gli allevamenti di maiali del paese.

Ad esacerbare la risalita dei prezzi è la riluttanza degli allevatori a rimpiazzare il bestiame vittima dell’epidemia, cosa che sta comportando una drastica diminuzione del numero di suini allevati (-39% su base annua a fine settembre). Meno suini allevati, meno carne a disposizione nei mercati: il risultato è stato l’aumento dei prezzi descritto in precedenza.

Carne di maiale preziosa ma che rischia di diventare indigesta, soprattutto per la Banca centrale cinese. Se è vero che l’inflazione core (quella che non tiene conto dei prezzi del cibo e dell’energia) è piuttosto fiacca, dalle parti di Pechino si considera più importante guardare al dato complessivo, perchè di fatto è quello che impatta sulla vita dei cittadini.

L’aumento dei prezzi rischia di bruciare il terreno attorno alla banca centrale, limitandone gli spazi di manovra a sostegno dell’economia cinese. Secondo gli analisti la situazione potrebbe peggiorare nei prossimi mesi, quando la richiesta di carne suina dovrebbe ulteriormente aumentare, con conseguente spinta dei prezzi verso nuovi massimi. Si temono conseguenze anche sui salari e la possibilità che si avvii una vera e propria spirale inflazionistica.

In uno scenario di questo genere non c’è, ovviamente, spazio per una politica monetaria accomodante e ciò crea un ulteriore problema, perchè rischia di far venir meno un importante sostegno alla debole congiuntura economica. In questi mesi, infatti, pur mantenendo i tassi di riferimento invariati, la banca centrale ha attivato un piano di sostegno alle banche per la concessione di prestiti alle piccole e medie imprese (il tessuto più produttivo, al momento, nel paese). Secondo alcuni analisti, l’escalation dell’inflazione rischia di bloccarlo.

L’ancora di salvataggio per la Cina, oltre ad un massiccio aiuto governativo agli allevatori ed al tentativo di aumentare il peso dei maiali allevati, potrebbe essere rappresentato dalla definizione della prima fase di accordo con gli USA. Il 17 novembre prossimo Trump e Xi Jinping dovrebbero incontrarsi a margine dell’Asia-Pacific Economic Cooperation summit in Cile. Potrebbe essere il giorno buono per la firma del primo step dell’accordo commerciale. Un’intesa, dicono gli analisti, che farebbe bene ad entrambi i paesi. La diminuzione dei capi allevati in Cina, infatti, ha ripercussioni anche sulla richiesta di soia, uno dei principali prodotti agricoli esportati dagli USA.

Foto di VIVIANE MONCONDUIT

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