Le domande improvvise. Cos’è la middle-income trap?

Anche i sistemi economici hanno la loro crisi di mezza età. Quel limbo tra economia emergente ed avanzata che rischia di trasformarsi in una trappola, la middle-income trap.

La Banca Mondiale classifica i paesi del mondo in base ad un numero, il PIL pro capite (a parità di potere d’acquisto PPP), ossia la produzione di ricchezza lorda divisa per il numero di abitanti. In base a questo indicatore si definiscono 5 gruppi, in ordine di PIL/pro capite crescente: low income, lower-middle income, higher-middle income ed high income.

Un sistema economico low income può rapidamente crescrere sfruttando due fattori: il basso costo del lavoro e l’importazione di tecnologia già sviluppata. Questi vantaggi competitivi consentono di trasformare un’economia basata principalmente su lavori agricoli a bassa produttività, in un’economia manifatturiera ad alta produttività.

La trasformazione cambia però il sistema sociale man mano che la ricchezza pro capite aumenta, generando una pressione sui salari che tendono a salire. Un maggior costo del lavoro erode competitività e di conseguenza riduce la capacità di crescita. A questo punto il paese, raggiunto il livello di middle-income, si trova di fronte ad una nuova sfida: recuperare competitività per continuare a crescere ed entrare nel gruppo high-income oppure rimanere inchiodato nel limbo: troppo grande per poter ancora sfruttare i fattori iniziali e troppo poco innovativo per poter diventare un’economia “top”. In letteratura questa situazione è stata chiamata middle-income trap.

Il concetto di middle-income trap, intuito dall’economista Garret nel 2004 e utilizzato per la prima volta nel 2007 dagli economisti Gill e Kharas, non è univocamente definito. Esistono almeno tre sistemi di classificazione.

Un primo sistema, di tipo descrittivo, lo si ritrova proprio in Gill e Kharas. La trappola, secondo questa definizione, scatta nel momento in cui un paese non è più in grado di mantenere il suo ritmo di crescita sfruttando i fattori base del suo sviluppo (in particolare i bassi salari).

Il paese diventa contemporaneamente: non più in grado di essere competitivo a livello di prezzi (perchè i salari sono aumentati e ci sono paesi con un costo del lavoro più basso); e non in grado di competere sul piano della qualità dei beni prodotti (perchè non ha ancora raggiunto un livello tecnologico tale da competere con le economie avanzate).

Il paese rimane intrappolato in un spazio che questa definizione non identifica con un preciso livello di PIL/pro capite. Secondo questa interpretazione, come ricordano Pruchnik and Zowczak, sia la Cina che la Polonia, dopo due decenni di crescita sostenuta, si sono ritrovati nella situazione descritta da Gill e Kharas, pur avendo dei PIL/pro capite molto differenti (6800 dollari la prima, 13600 dollari la seconda).

Una seconda definizione, di tipo empirico, è quella proposta da Spence (2011) e adottata dai ricercatori della Banca Mondiale (2013). In questo caso si definisce la middle-income trap come la zona compresa tra un Pil/pro capite di 5000 e 10000 dollari. Lo studio della Banca Mondiale mostra come, secondo questa definizione, dal 1960 al 2008 solo 13 di 101 economie middle-income hanno saputo innovarsi e diventare high-income (tra queste Cina, Grecia, Corea del Sud, Spagna, Giappone e Singapore)

Una variazione di questo modello empirico è stata fornita da Eichengreen, Park e Shin nel 2013. Questi economisti hanno studiato l’andamento del PIL in un panel di paesi con una crescita media, per diversi anni, del 3,5% ed analizzato il momento in cui la produzione della ricchezza lorda scendeva di almeno 2 punti percentuali sotto la media a 7 anni. Il risultato è stato l’identificazione di due livelli di PIL/pro capite dove questo rapido deterioramento della crescita è più probabile: 10.000-11.000 dollari e 15.000-16.000 dollari.

Un terzo criterio di definizione della middle-income trap è quello che lega l’identificazione della trappola ad un benchmark. Un metodo utilizzato anche dalla World Bank (2013) e che sostanzialmente definisce la zona di middle-income come percentuale di PIL/pro capite di un paese di riferimento (nella maggioranza degli studi sono gli USA). La zona della trappola, in questo caso, si posiziona tra il 5% ed il 45% del PIL/pro capite USA.

Ultimamente si sta facendo strada un concetto leggermente differente rispetto alla middle-income trap: la convergence trap. Molto sinteticamente si tratta di valutare l’incapacità di convergere di un’economia rispetto ad un paese target (per esempio la Germania per i paesi emergenti dell’est-Europa).

Perchè un’economia non riesce a trasformarsi da emergente ad avanzata? I fattori che non permettono ad un paese di fare il definitivo salto di qualità sono molti: un declino della produttività del lavoro, un assetto istituzionale inadeguato e l’aumento delle disuguaglianze sociali.

Se il passaggio da low income a middle income è relativamente semplice, lo step successivo richiede investimenti e spesso cambiamenti sociali drastici. L’istruzione, ad esempio, diventa fondamentale per migliorare le abilità dei lavoratori. La ricerca consente di abbandonare la tecnologia importata, sostituendola con la propria, elaborata da università ed aziende, che diventa un fattore di competitività.

Un mercato del lavoro che cresce anche sotto il punto di vista dei diritti e delle tutele aumenta la produttività, allarga la popolazione attiva (ad esempio facilitando l’entrata nel mercato del lavoro delle donne) e diminuisce il rischio di emigrazione dei lavoratori.

Un assetto istituzionale aperto ed in grado di limitare le disparità sociali, permette di distribuire meglio la ricchezza, aumenta la produttività ed attira investimenti dall’estero.

La globalizzazione ha notevolmente aumentato la competizione sui prezzi e reso ancora più semplice l’esportazione di tecnologia. Il risultato è stato un notevole aumento delle economie passate dall’essere low-income a middle-income. Ma allo stesso tempo la middle-income trap è diventata un fenomeno più diffuso con conseguenze anche sociali importanti. Le recenti proteste in Cile (altra economia in rampa di lancio) sono la riprova di come i fenomeni economici debbano essere guidati dalla politica. E se la politica sbaglia direzione, l’economia rischia di deragliare.

Foto di Bernhard Renner

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