Troppa liquidità fa male

Troppa liquidità a livello macro può non essere un bene per i mercati finanziari. Con l’asticella del rischio spostata più in alto, un improvviso shock può portare paradossalmente ad episodi di illiquidità.

Il Woodford Equity Income Fund è, o per meglio dire era, la creatura di uno dei più famosi gestori finanziari inglesi, Neil Woodford. Ad inizio estate, con il valore del fondo stimato in 3,7 miliardi di sterline, il fondo pensione del Kent County Council fa pervenire al Woodford Equity Income Fund la richiesta di riscatto di 250 milioni di sterline. La risposta? Picche. Inizia qui l’agonia del fondo, con le richieste di riscatto sospese dal 3 giugno, il disperato tentativo del gestore di riattivarle e la definitiva decisione di liquidare il fondo a partire da gennaio 2020.

Cosa è successo? Per dirla in parole povere il fondo si è trovato nel bel mezzo di una crisi di liquidità, impossibilitato a soddisfare le richieste di riscatto. Molti di quei 3,7 miliardi di sterline (scesi ora a poco meno di 3) erano o sono ancora investiti in strumenti illiquidi (small cap e società non quotate), vale a dire strumenti per i quali l’incrocio tra domanda ed offerta risulta difficile da trovare e quindi i tempi di vendita si presentano molto lunghi.

Lime Asset Management Co è una società di gestione sudcoreana. In luglio i media rilanciano la notizia di indagini da parte delle autorità sui metodi di gestione ed investimento di Lime. Dopo molte smentite, la società lunedì scorso conferma l’esistenza di indagini. Il risultato è un allarme da parte dei clienti. Chi può (i ricchi possessori di fondi in obbligazioni convertibili) cerca di vendere le proprie quote ma la risposta di Lime è desolatamente negativa. La società non riesce a far fronte alle richieste perchè le obbligazioni convertibili di piccole società coreano non si riescono a vendere a prezzi ragionevoli. Il risultato sono 170 milioni di dollari di richieste di liquidazione congelate da settimana scorsa. Ancora una volta crisi di liquidità.

Due esempi, due campanelli d’allarme che risuonano in un mondo inondato dalla liquidità concessa dalle banche centrali. Troppa liquidità può far male. Con i tassi di interesse vicini o sotto zero, gestori ed investitori privati cercano disperatamente rendimenti. Una ricerca che li porta ad assumersi rischi sempre maggiori compreso quello relativo alla liquidità degli strumenti finanziari. Società non quotate, small cap, obbligazioni senza rating, subordinate di ogni specie. Sono tanti gli strumenti che generano ancora rendimenti positivi ma espongono alla possibilità di rimanere con il cerino in mano al momento della vendita.

Due “corvacci” non fanno una tempesta, ma occorre prestare attenzione al fenomeno. Mentre l’MSCI nel suo blog a luglio titolava “Is there another Woodford waiting to happen?“, sottolineando come vi siano altri – pochi – fondi che potrebbero incorrere in problemi di liquidità, le autorità monetarie hanno iniziato a monitorare la situazione. Nel suo Financial Stability Report di luglio 2019, la Banca centrale del Regno Unito afferma che il disallineamento tra richieste di riscatto e scarsa liquidità di alcuni asset posseduti dai fondi di investimento, potrebbe diventare un rischio sistemico.

Una ricerca della BIS (Banca dei Regolamenti Internazionali) mette in guardia da un altro rischio che la troppa liquidità porta con sé. Le Banche centrali, infatti, per pompare liquidità nel sistema comprano titoli. Più aumenta la quota di titoli posseduta dalle banche centrali e più aumenta la scarsità di titoli obbligazionari acquistabili dagli investitori. Questo porta ad avere meno liquidità, ossia un più alto bid-ask spread, in alcuni mercati. Più la curva dei tassi si appiattisce e più il credit spread si restringe, i volumi di trading si riducono e molti investitori possono decidere di uscire da quei mercati, indebolendone il corretto funzionamento.

Foto di skeeze (Scotney Castle – Kent – UK)

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