C’è una statistica, confezionata dall Federal Reserve di Atlanta, che prova a riassumere in un numero lo stato di salute dell’economia statunitense in tempo reale, o quasi: si tratta del modello GDPNow. L’ultimo aggiornamento, pubblicato ieri, ci descrive una situazione tutto sommato buona, con alcune indicazioni interessanti. Vediamo qualche numero.
Il modello stima per il terzo trimestre 2026 una crescita del PIL reale statunitense del 3,6% annualizzato, si tratta di una percentuale in deciso rallentamento rispetto agli aggiornamenti precedenti. Partita dal 5,0% del 30 luglio, aveva toccato il massimo del 6,2% il 3 agosto ed era ancora al 5,0% il 25 settembre. Poi lo scivolamento del 30 settembre (3,7%), conseguenza della pubblicazione dei dati sul PIL del secondo trimestre.
A guidare questa rallentamento è il commercio estero. Il contributo delle esportazioni nette è passato da -1,37 a -2,69 punti percentuali, con le importazioni stimate in crescita del 14,9% ed esportazioni in calo del 5,2%.
Gli ingredienti di questo 3,6% ci dicono molto su cosa regge e cosa no nell’attuale congiuntura statunitense. Gli acquisti finali del settore privato interno, cioè la domanda di famiglie e imprese al netto di commercio estero e spesa pubblica, crescono del 4,5%: i consumi avanzano del 3,4% e gli investimenti in macchinari e attrezzature del 17,6%, mentre l’edilizia residenziale resta in lieve calo. La domanda interna, dunque, tiene. Le vendite finali, che includono anche spesa pubblica ed esportazioni nette, crescono invece solo dell’1,6%. La distanza tra i due dati si spiega in larga parte con le importazioni: una quota considerevole della domanda americana si rivolge a produttori esteri e, sottraendosi al calcolo del PIL interno, ne frena la crescita.
L’altro elemento interessante sono le scorte, che contribuiscono per quasi 2 punti percentuali alla crescita e che sembrano legate a filo doppio con la crescita delle importazioni. Il segnale però resta ambiguo. L’accumulo può indicare che le imprese si preparano a una domanda in crescita nei prossimi mesi, oppure può evidenziare un eccesso di offerta per i mesi precedenti.
Il GDPNow, come del resto ricorda la stessa Fed di Atlanta, non è una previsione ufficiale ma una stima meccanica basata sui dati disponibili. Il divario con le stime degli analisti resta netto: il consenso Blue Chip, nell’ultima rilevazione riportata dalla Fed di Atlanta, si fermava intorno al 2,5%, con una fascia di oscillazione tra l’1,8% e il 3,4%.
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