Il 6 ottobre scorso Mustafa Suleyman, responsabile dell’intelligenza artificiale di Microsoft, ha rilanciato una stima del premio Nobel Daron Acemoglu: nei prossimi dieci anni l’IA sostituirà circa il 5% di ciò che fanno gli esseri umani, una sostituzione che si tradurrà in un contributo al PIL intorno all’1,5%. Ha poi aggiunto che l’automazione completa resta un traguardo lontano. Si tratta di affermazioni che colpiscono, visto che a maggio scorso lo stesso Suleyman prevedeva prestazioni a livello umano nella maggior parte dei compiti professionali entro 12-18 mesi.
Sull’impatto dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro se ne sono dette tante, forse troppe. Ora, dopo essere arrivati ad evocare improbabili stermini di massa, si cominicia a tirare il freno. Operazione, questa, che vedremo fare spesso da qui in avanti in quasi tutti i dibattiti che riguardano l’IA.
Insomma si riparte dal 5% del premio Nobel Daron Acemoglu, anche se questo non è l’unico numero in circolazione. In una recente ricerca firmata Benjamin Verschuere e Angus Cameron di Liminal Capital hanno classificato le mansioni presenti nel mercato del lavoro statunitense in base al grado di sostituibilità uomo/IA. Stando ai risultati, il 32% del lavoro può essere svolto dall’IA da cima a fondo, il 15% migliora grazie all’IA, il 53% non è sostituibile, in gran parte perché fisico. C’è di più. Gli autori si sono presi la briga di guardare i tassi di crescita di questi tre livelli di sostituibilità. Ebbene, dal 2021 il lavoro più sostituibile cresce più lentamente rispetto alle altre tipologie, in media del 3,3% in meno all’anno. Specularmente cresce quel 15% di lavoro che implica l’integrazione uomo/intelligenza artificiale. In termini di posti di lavoro, la ricerca calcola circa 1,5 milioni di posti di lavoro sostituibili persi all’anno contro 0,7 milioni di posti di lavoro “integrati” guadagnati all’anno.
La dinamica nelle occupazioni più sostituibili è evidente: calano le assunzioni, e a pagare sono per lo più i giovani. Gli ingressi di chi ha tra i 22 e i 25 anni nella fascia più sostituibile sono scesi di un terzo, stiamo parlando di circa 227.000 posti di lavoro.
Sul fronte del lavoro fisico, l’integrazione tra robotica e intelligenza artificiale sta facendo progressi, ma anche qui i ritmi sono ben lungi da quelli, velocissimi, ipotizzati qualche anno fa. In un recente studio di Russell Legate-Yang e Maxim Massenkoff, commissionato da Anthropic, i robot risultano già in grado di svolgere il 74% delle attività fisiche, pari al 34% di tutte le ore lavorate, ma quasi sempre in ambienti controllati. Integrando i modelli linguistici, l’esposizione sale dal 74% a circa l’80% del lavoro. In questo caso i lavoratori più esposti ai robot non sono più i giovani, ma sono più spesso uomini adulti, meno istruiti e pagati circa 30 dollari l’ora in meno rispetto ai lavoratori non esposti.
Si diceva che i ritmi di sostituzione sono lenti. Lo studio lo conferma e indica nella convenienza economica il freno principale. Attualmente i robot convengono economicamente solo per lo 0,3% delle attività. Ipotizzando che i costi continuino a scendere del 3% l’anno, ne serviranno circa quarant’anni per arrivare ad un tasso di convenienza del 10%. Non serve aggiungere altro.
Insomma, i numeri sull’effetto dell’intelligenza artificiale nel mercato del lavoro stanno pian piano diventando più interessanti e cominciano a delineare un quadro che vede la sostuzione uomo/macchina come un fenomeno presente, certo, ma non catastrofico. Il problema è un altro: il controllo dell’automazione e la formazione della forza lavoro.
Foto di Igor Omilaev





