A marzo avevamo raccontato lo shock iniziale della guerra in Medio Oriente sul petrolio, con il Brent schizzato da 71 a quasi 120 dollari per poi assestarsi attorno ai 92 dollari. Nei mesi successivi la narrativa era diventata quella della normalizzazione: accordo preliminare USA-Iran a giugno, riapertura (parziale) dello Stretto di Hormuz, prezzi in discesa. La realtà, come ben sappiano è stata decisamente differente.
Il report IEA di settembre, in qualche modo, certifica il ritorno alla dura realtà dei fatti: i negoziati sono di nuovo bloccati, gli attacchi sono ripresi non solo nel Golfo ma anche nei pressi di un altro stretto, quello di Bab el-Mandeb, e più di 10 milioni di barili al giorno di produzione dell’area restano fermi per ragioni di sicurezza. Il Brent è tornato sopra i 100 dollari — 101.7 al momento della pubblicazione, con una punta di 113,48 il 9 settembre scorso. L’Agenzia ha dovuto rivedere ancora al ribasso le sue proiezioni per il 2026: l’offerta mondiale scenderà di 5,7 milioni di barili al giorno e la domanda di 2,5 milioni, con quest’ultima in calo di 940mila barili rispetto alla stima di appena un mese fa. Il pieno recupero della produzione del Golfo, che l’IEA aveva inizialmente collocato a fine 2026, slitta ora al 2027.
Il dato più interessante, però, non è sul greggio ma sui prodotti raffinati. Mentre il Brent è salito del 45% rispetto ai livelli pre-conflitto, il diesel negli Stati Uniti ha raggiunto un livello di prezzi superiore del 94%. In altri termini il peso sul prodotto raffinato è quasi il doppio, in proporzione, di quello sul petrolio da cui viene ricavato. La ragione è che la guerra ha colpito non soltanto l’attività di estrazione, ma soprattutto la capacità di raffinazione e di esportazione dei prodotti finiti. I numeri sono significativi: se le esportazioni di greggio dal Golfo restano al 55% del livello pre-guerra, quelle di diesel sono crollate a poco più di un quarto; appena 390mila barili al giorno contro una media pre-conflitto molto più alta.
Nel complesso, sommando i colli di bottiglia generati dalle situazioni nel Golfo e in Russia, oggi mancano al mercato 1,6 milioni di barili al giorno di diesel rispetto a febbraio.
Le scorte mondiali hanno finora fatto da ammortizzatore: dall’inizio della guerra sono scese di 507 milioni di barili, quasi 3 milioni al giorno in media, con un calo di 95 milioni solo ad agosto. Ma si tratta di un cuscinetto che si sta assottigliando mentre il conflitto, anziché risolversi, rischia di allargare il proprio raggio d’azione geografico.
Foto di Az1975





