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Dazi a Pechino, la dipendenza resta intatta: cosa rivela il nuovo studio PIIE sul commercio USA-Cina

Dazi a Pechino, la dipendenza resta intatta: cosa rivela il nuovo studio PIIE sul commercio USA-Cina

Otto anni di tariffe hanno tagliato le importazioni dirette dalla Cina, ma la componente cinese nascosta nei prodotti di Vietnam, Messico e Taiwan cresce quasi alla stessa velocità.

Nel 2026 i dazi sulla Cina restano al centro della politica commerciale americana, tra nuove indagini sul lavoro forzato e accordi bilaterali di “reciprocità” che spingono i partner commerciali ad allontanarsi da Pechino. La domanda di fondo, però, è la stessa da otto anni: le tariffe hanno davvero staccato l’economia statunitense da quella cinese?

Un nuovo policy brief del Peterson Institute for International Economics, firmato da Mary E. Lovely e Christine Y. Wan, risponde con una tesi netta: guardando solo alle importazioni dirette sembra di sì, ma è un’illusione statistica.

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I dati doganali raccontano effettivamente una storia di successo per chi ha voluto i dazi. Le importazioni dirette USA dalla Cina sono scese di circa 7 punti percentuali, all’11% del totale, tra il 2017 e il 2024. Guardando solo ai beni, la quota cinese è passata dal 22% del 2017 al 9% di fine 2025, un crollo accelerato lo scorso anno, quando l’import dalla Cina è sceso di oltre un quarto rispetto al 2024, dopo che i dazi medi ponderati avevano superato il 50% prima di essere in parte ridimensionati da trattative bilaterali in ottobre.

Il problema è che questa lettura conta solo l’ultimo confine attraversato dalla merce, non l’origine reale del suo contenuto. Lovely e Wan applicano invece la contabilità “trade in value-added”, basata sulle tavole input-output multiregionali della Asian Development Bank, per tracciare quanto valore aggiunto cinese finisce comunque nei prodotti importati dagli USA, anche quando arrivano da Vietnam, Messico o Taiwan. Il caso di scuola: un laptop importato dal Vietnam per 1.000 dollari, con il 60% del valore composto da componenti cinesi, viene registrato in dogana come import vietnamita, ma in termini di valore aggiunto è per 600 dollari import cinese.

Applicando questo metodo il quadro cambia radicalmente. Il valore aggiunto cinese incorporato nel totale delle importazioni USA è sceso di soli 2 punti percentuali circa tra il 2017 e il 2024, contro i 7 punti delle importazioni dirette. Nel 2024 il valore aggiunto cinese nell’import USA supera del 34% le esportazioni bilaterali dirette della Cina, un rapporto che si è capovolto rispetto al periodo 2007-2017, quando valeva il contrario.

Il canale indiretto è cresciuto rapidamente: la quota di valore aggiunto cinese che raggiunge gli USA passando per paesi terzi è salita dal 16% al 25% tra 2017 e 2024. Messico e Vietnam sono i principali corridoi: il primo veicola circa il 23% del flusso indiretto totale, il secondo è salito dal 7% al 15%, Taiwan dal 3% all’8%. Nei settori elettronico e tessile il contenuto cinese nelle esportazioni vietnamite verso gli USA ha raggiunto rispettivamente il 28% e il 21% nel 2024, più del doppio delle quote messicane negli stessi comparti. Il fenomeno è alimentato anche dagli investimenti diretti: nel 2019, primo anno della guerra commerciale, gli investimenti cinesi in Vietnam sono quasi raddoppiati rispetto all’anno precedente, mentre il totale degli IDE nel paese è cresciuto solo del 7%.

Un dato colpisce in particolare gli autori: lo stesso spostamento verso canali indiretti non si osserva negli altri paesi del G7, dove la quota di valore aggiunto cinese arrivata tramite paesi terzi è rimasta sostanzialmente stabile. Gli Stati Uniti, insomma, non stanno rimodellando le catene globali del valore nel loro complesso, ma solo il segmento che serve il proprio mercato, restando isolati da reti produttive che il resto del mondo continua a usare.

Le implicazioni di policy che Lovely e Wan traggono sono nette: i dazi generalizzati hanno spostato la dipendenza più che ridurla, e senza politiche che aiutino i paesi alternativi a costruire capacità produttiva propria rischiano di bloccare proprio il processo di sostituzione che dovrebbero favorire. Gli autori suggeriscono dazi mirati, cooperazione con gli alleati invece di accordi imposti unilateralmente, e un ritorno del potere di regolare il commercio internazionale al Congresso. Resta da vedere se la nuova ondata di accordi commerciali “reciproci” riuscirà a incidere su questa dipendenza indiretta, finora ignorata dalla politica tariffaria.

Foto di Hessel Visser

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