La Banca Centrale Europea si avvicina alla riunione di giugno con un dilemma sempre più acuto. Da un lato, la pressione a rialzare i tassi si intensifica: secondo l’ultimo sondaggio Bloomberg condotto tra il 4 e il 7 maggio, gli economisti prevedono ora due aumenti da un quarto di punto nel corso del 2026 — a giugno e a settembre — portando il tasso sui depositi dall’attuale 2% al 2,5%. La previsione sull’inflazione è salita al 2,9% per quest’anno, mentre la crescita dell’eurozona è stata rivista al ribasso, allo 0,8%.
Dall’altro lato, arriva un segnale di cautela direttamente dall’interno del board. In un’intervista al Financial Times, il vicepresidente uscente Luis de Guindos ha invitato esplicitamente alla prudenza, avvertendo che l’impatto della guerra in Medio Oriente sulla crescita «diventerà molto più visibile nelle prossime settimane» e che i dati in arrivo sull’attività economica «non saranno buoni». Guindos ha ricordato che uno shock energetico si trasmette all’inflazione molto più rapidamente di quanto non faccia al ciclo reale — e che su quest’ultimo il quadro è ancora incompleto. Determinante, ha sottolineato, sarà lo stato dello Stretto di Hormuz.
La settimana che si apre vedrà protagoniste anche altre due banche centrali del Nord Europa: Norges Bank e Riksbank si riuniranno per le rispettive decisioni sui tassi, e come sempre saranno le parole di accompagnamento — più che i numeri — a muovere i mercati.
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