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Gli Stati Uniti sono ancora la prima economia del mondo. Ma per quanto?

I dati ufficiali ci dicono che gli Stati Uniti sono ancora la prima economia al mondo, ma si tratta di un primato in bilico come ci spiegano due recenti analisi del Financial Times e di McKinsey.

Nonostante le turbolenze geopolitiche e le politiche commerciali sempre più aggressive, gli Stati Uniti mantengono saldamente il titolo di prima economia mondiale. Almeno, questo dicono i dati più recenti. Il PIL americano supera i 29 trilioni di dollari, pari a circa il 26% del PIL globale. Le aziende statunitensi dominano i mercati finanziari: su 100 imprese al mondo per capitalizzazione di mercato, 59 hanno sede negli USA. E in settori come l’intelligenza artificiale, la ricerca scientifica e il venture capital, Washington non ha rivali. Eppure, la domanda che molti economisti cominciano a porsi ad alta voce è: per quanto ancora?

Cina e India stanno accelerando in modo strutturale. Misurata in termini di parità di potere d’acquisto (PPP), la Cina ha già superato gli Stati Uniti nel 2017 secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale. In termini di PIL nominale, i modelli di Goldman Sachs proiettano il sorpasso cinese entro il 2035, mentre l’FMI stima un PIL americano di circa 37 trilioni di dollari nel 2030 contro i 26 della Cina — un vantaggio che si sta però assottigliando. L’India, nel frattempo, ha da poco superato il Giappone diventando la quarta economia mondiale, con proiezioni che la portano a scavalcare la Germania nel 2027-2028. Un suo eventuale sorpasso agli USA, in termini nominali, è ipotizzato — allo stato attuale — non prima del 2075.

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Come si direbbe in gergo sportivo, dietro il gruppo cominica a tirare. E a complicare il quadro c’è anche una scelta di campo: l’America di Trump sembra stia ridisegnando la propria presenza nel mondo, privilegiando un approccio più unilaterale, costruendo zone di influenza non solo attraverso la diplomazia ma anche attraverso la pressione economica e — in certi contesti — la forza. Un orientamento che molti analisti leggono come una forma di isolazionismo selettivo, capace di indebolire nel medio periodo le alleanze su cui si è fondata la proiezione globale americana del dopoguerra.
È in questo contesto che diventa interessante leggere i risultati di due analisi pubblicate negli ultimi mesi sul tema della competitività americana.

A inizio 2026, il Financial Times ha pubblicato i risultati di un sondaggio condotto su 183 economisti provenienti da Cina, Eurozona, Regno Unito e Stati Uniti. La domanda era diretta: gli USA manterranno o amplieranno il proprio vantaggio di produttività sul resto del mondo? La risposta è stata netta: oltre tre quarti degli intervistati ha risposto sì. Il 31% ritiene che il vantaggio verrà mantenuto, il 48% che addirittura si allargherà.

I fattori citati sono ricorrenti: la leadership nell’intelligenza artificiale e nelle tecnologie digitali, mercati dei capitali profondi e flessibili, costi energetici strutturalmente più bassi rispetto all’Europa. La produttività del lavoro negli USA è cresciuta del 10% tra il 2019 e il 2024, mentre Europa e Regno Unito sono rimasti sostanzialmente fermi. Il confronto con il Vecchio Continente è impietoso: gli investimenti delle grandi aziende americane crescono a un ritmo tre volte superiore rispetto alle equivalenti europee.

Tra le risposte, però, non mancano le voci critiche. Alcuni economisti hanno messo in guardia su un possibile eccesso speculativo legato all’AI — la parola “bolla” è comparsa 25 volte nelle risposte al sondaggio — e hanno sottolineato come le politiche tariffarie di Trump, la stretta sull’immigrazione e l’instabilità istituzionale possano erodere nel tempo proprio quei vantaggi produttivi che oggi appaiono così solidi.

Poche settimane fa, in occasione del 250° anniversario dell’indipendenza americana, il McKinsey Global Institute ha pubblicato un rapporto intitolato “At 250, sustaining America’s competitive edge“. Il quadro che emerge è quello di un paese che è ancora, inequivocabilmente, il più competitivo al mondo — ma che mostra crepe strutturali difficili da ignorare.

I punti di forza sono evidenti: 76 delle 100 invenzioni più importanti degli ultimi 250 anni portano l’impronta americana, dagli steamboat agli smartphone, dalla rete elettrica all’AI generativa. Gli USA spendono il 27% del budget globale in ricerca e sviluppo, ospitano oltre il 50% dei modelli AI più avanzati e attraggono quasi il 40% degli scienziati più citati al mondo.

Ma i ricercatori di McKinsey individuano vulnerabilità concrete. Sul fronte manifatturiero, la Cina produce quasi la metà dell’output industriale mondiale, contro l’11% americano: un primato perso nel 2010 e mai recuperato. Sul fronte del debito pubblico, gli USA raggiungono il 120% del PIL — livello mai visto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale — con interessi sul debito che nel 2024 hanno per la prima volta superato le spese per la difesa. Sul fronte educativo, solo un terzo degli studenti americani di terza media risulta essere competente (“proficient“) in matematica, e la Cina forma dieci volte più ingegneri degli USA ogni anno.

La conclusione del rapporto non è pessimistica, ma è esplicita: la storia americana è una storia di reinvenzione — dall’agricoltura all’industria, dalla scienza al digitale. Un quinto capitolo è alle porte, trainato dall’AI, dalla robotica e dalle biotecnologie. La domanda è se istituzioni, imprese e cittadini americani sapranno ancora una volta adattarsi prima che altri lo facciano al loro posto.

Foto di Adrian

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