Un recente working paper del NBER firmato da Laura Alfaro (Harvard) e Davin Chor (Dartmouth) fotografa con numeri impressionanti quello che gli autori definiscono “The Great Reallocation”: la riorganizzazione più rapida e profonda delle catene di approvvigionamento degli ultimi decenni negli USA.
Il dato più eclatante? A luglio 2025, la quota della Cina nelle importazioni statunitensi è scesa al 9%, esattamente dove si trovava nel 2001, anno dell’ingresso di Pechino nella WTO. In pratica, otto anni di guerre commerciali hanno cancellato vent’anni di integrazione economica. Dal picco del 21% nel 2017, la discesa è stata costante e inesorabile: 16% nel 2022, 13% nel 2024, fino al crollo attuale.
Ma c’è un elemento cruciale da comprendere: gli Stati Uniti non si stanno chiudendo al mondo. Le importazioni totali continuano a crescere (5,7% annuo tra 2017-2024). Quello a cui assistiamo è un disaccoppiamento selettivo dalla Cina, non una deglobalizzazione generalizzata.
Chi sta prendendo il posto della Cina? Tre economie emergono come i principali beneficiari: Vietnam, Messico e Taiwan. Ciascuno con oltre due punti percentuali di guadagno nella quota di mercato americano tra 2017 e 2024. Ma il timing è diverso. Vietnam ha avuto una crescita costante e progressiva, sfruttando capacità produttive già in via di sviluppo prima della guerra commerciale. Messico e Taiwan hanno invece visto un’accelerazione concentrata nel periodo 2022-2024, quando è diventato chiaro che i dazi di Trump 1.0 sarebbero rimasti in vigore anche sotto Biden.
Qui emerge un aspetto controintuitivo: nonostante la riallocazione, il cast dei protagonisti rimane sostanzialmente lo stesso. La diversificazione delle supply chain statunitensi è avvenuta quasi interamente all’interno dei top-20 partner commerciali esistenti. Solo un nuovo paese (l’Olanda) è entrato in questa cerchia ristretta tra 2017 e 2025.
In altre parole, le multinazionali a stelle e strisce non stanno esplorando nuovi mercati emergenti o costruendo cluster industriali in paesi che prima erano ai margini del commercio globale. Stanno semplicemente redistribuendo la produzione tra location già consolidate e conosciute.
Lo studio identifica un pattern comportamentale interessante. Per alcuni prodotti – computer, componentistica elettronica, abbigliamento – la reazione è stata immediata tra 2017-2020. Per altri invece si è verificato un approccio “wait and see”: imprese che hanno atteso fino al 2021-2024 prima di spostare le produzioni.
Questo secondo gruppo include prodotti contract-intensive (che richiedono input specializzati) e con relationship stickiness (relazioni fornitore-cliente durature e costose da interrompere). Fondamentalmente, le aziende hanno aspettato di capire se i dazi sarebbero stati permanenti prima di assumersi i costi sommersi di riorganizzare supply chain complesse.
Il colpo finale è arrivato con il “Liberation Day” del 2 aprile 2025, quando Trump 2.0 ha annunciato nuovi dazi generalizzati. In soli tre mesi – da aprile a luglio 2025 – la quota cinese è crollata di altri 4 punti percentuali. Una velocità di aggiustamento mai vista prima, segno che questa volta le imprese erano preparate e hanno attivato immediatamente piani di contingenza già pronti.
Lo studio di Alfaro e Chor evidenzia come la riallocazione sia avvenuta principalmente sul “margine intensivo” – vale a dire più importazioni di prodotti già esistenti da fornitori già attivi – piuttosto che sul “margine estensivo” – ossia l’ingresso di nuovi fornitori con nuovi prodotti. Un’eccezione parziale è rappresentata da Vietnam e India, dove si osserva anche una maggiore diversificazione di prodotto.
La domanda ora è: quanto è reversibile questa trasformazione? Gli autori sono cauti. Alcuni dazi – quelli legati a preoccupazioni geopolitiche sulla Cina e quelli su settori sensibili per l’occupazione americana – hanno buone probabilità di rimanere per anni. Il ritorno a un sistema commerciale multilaterale basato su regole appare oggi più lontano che mai.
Ciò che è certo è che stiamo assistendo a una ristrutturazione permanente, non ciclica, dei flussi commerciali globali. E gli Stati Uniti, pur rimanendo profondamente integrati nelle catene del valore internazionali, hanno ridisegnato la mappa dei loro partner strategici.
Foto di Tobias Wahlqvist







