Dopo anni di Conferenze sul clima presentate come “l’ultima spiaggia”, la COP30 che si apre a Belém (Brasile) rischia di essere la Cop del disincanto: la dolorosa presa d’atto che la traiettoria verso gli obiettivi di Parigi non sta funzionando come sperato. Ma il disincanto, se ben incanalato, può diventare pragmatismo: meno messianesimo, più realismo su come convivere con il cambiamento climatico senza rinunciare a migliorare la vita delle persone.
Per spiegare cosa intendiamo, riprendiamo le “tre verità scomode” descritte recentemente da Bill Gates. Primo: decarbonizzare i settori difficili (cemento, acciaio, agricoltura) è molto più complesso che elettrificare i trasporti leggeri; servono innovazione, tempo e capitali. Secondo: la domanda energetica globale crescerà, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo; puntare solo su “meno consumo” non basta. Terzo: contare i gradi non è un piano: la metrica che conta è il benessere umano (salute, cibo, reddito) mentre si riducono le emissioni; altrimenti il clima resterà in secondo piano nelle agende di Paesi che devono ancora sradicare povertà e malattie. In sintesi: meno slogan, più tecnologie scalabili, più politiche che funzionano davvero sul campo. Più realismo, verrebbe da dire.
E cosa rende questa COP particolare? È una COP simbolica perché cade a dieci anni dall’Accordo di Parigi e, allo stesso tempo, profondamente tecnica: è il momento in cui i conti con la realtà arrivano al pettine. Questa edizione, infatti, chiede ai Paesi di presentare i loro nuovi impegni climatici per il 2035 — i cosiddetti NDC, Nationally Determined Contributions — che non potranno più limitarsi a essere ambizioni sulla carta, ma dovranno tradursi in piani concreti e credibili.
Tutto parte dal Global Stocktake, il grande “check-up” sullo stato dell’azione climatica globale: il verdetto è noto e impietoso, siamo fuori traiettoria rispetto ai +1,5°C. Ora serve passare dalla diagnosi alla terapia — e questa COP sarà il banco di prova per capire quanto i governi siano pronti a farlo davvero.
Un altro tassello cruciale è il nuovo obiettivo finanziario globale, il NCQG (New Collective Quantified Goal on Climate Finance). Dopo anni a parlare del vecchio target dei 100 miliardi di dollari l’anno, ora si guarda molto più in alto: almeno 300 miliardi l’anno entro il 2035, con l’ambizione di mobilitare fino a 1,3 trilioni l’anno tra risorse pubbliche e private. È un passaggio chiave, perché il clima, ormai, è soprattutto una questione di flussi finanziari, governance e strumenti per trasformare le promesse in investimenti reali.
Accanto alla riduzione delle emissioni — che resta l’asse centrale — questa COP si carica sempre più del tema dell’adattamento: non solo mitigare, ma proteggere persone, città, agricoltura, infrastrutture. È la presa d’atto che un certo grado di impatto climatico è già qui, e che conviverci richiederà una pianificazione nuova, più concreta, più vicina ai territori e alla vita quotidiana.
Si parlerà anche del meccanismo per perdite e danni (Loss & Damage) – che è stato creato ma deve essere reso operativo – e di come accompagnare i Paesi più vulnerabili e le comunità industriali in cambiamento, senza lasciare nessuno indietro.
Dentro questo quadro, la deforestazione diventa l’esempio perfetto di approccio “al ribasso ma fattibile”. Il Brasile voleva lanciare alla COP30 un grande veicolo – il Tropical Forests Forever Facility (TFFF) – con un obiettivo da 125 mld di dollari (25 mld pubblici+filantropia per attrarre altri 100 mld privati) per pagare i Paesi che mantengono le foreste in piedi. Nelle ultime settimane, però, il governo ha abbassato il target di raccolta nel breve: “raccogliere 10 miliardi di dollari nel primo anno è ambizioso ma possibile”, ha detto il ministro dell’Economia Haddad. È una mossa pragmatica: raccogliere ciò che è realisticamente mobilitabile e partire, invece di restare bloccati su numeri irraggiungibili.
La realtà, infatti, bussa forte: Londra ha fatto sapere che non investirà nel fondo, decisione che rende più difficile centrare già nel 2026 la soglia dei 10 mld $. È il segnale di una disponibilità finanziaria limitata, anche tra i Paesi tradizionalmente più sensibili e attivi sulle tematiche del climate change.
Sul piano geopolitico pesa anche la posizione degli Stati Uniti, che non invieranno delegazioni di alto livello a Belém: una scelta che riduce la trazione politica sui dossier di finanza e implementazione, in un contesto in cui il sostegno di Washington sarebbe determinante.
Chi spera in annunci miracolosi resterà deluso. Ma se COP30 sarà la Cop del disincanto, allora potrà essere anche la Cop del fare: meno promesse irrealistiche, più progetti realmente finanziabili; meno fissazione sul target perfetto, più politiche che migliorano la vita oggi e riducono le emissioni domani. Il compromesso non è una resa: è l’unico modo per trasformare gli obiettivi in risultati.
Foto di Steven Muñoz







