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Quel legame tra politica monetaria e investimento

Uno studio evidenzia che il costo del prestito è un canale “di prima importanza” per il legame tra politica monetaria e investimento. Una riduzione di un punto percentuale nel tasso di prestito può aumentare gli investimenti aziendali del 6-7% nei due anni successivi — sebbene non tutte le imprese reagiscano.

La politica monetaria – ovvero le decisioni delle banche centrali su tassi d’interesse, operazioni di mercato, condizioni di liquidità – svolge un ruolo fondamentale nell’andamento delle principali variabili macroeconomiche: crescita del PIL, investimenti aziendali, occupazione, inflazione.

Il meccanismo lo abbiamo visto assieme tante volte in questo blog. Quando i tassi vengono abbassati, in genere si facilita il credito, i consumi aumentano, le imprese trovano condizioni migliori per finanziarsi e investire. Viceversa, tassi elevati tendono a frenare l’espansione economica, l’investimento e la domanda aggregata.

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Un recente studio pubblicato dal CEPR prova a darci qualche informazione in più sull’importante rapporto tra decisione di politica monetaria e investimento. E cioè come le decisioni sui tassi da parte della banca centrale si traducono in investimenti d’impresa, tramite la componente del costo del prestito.

Lo studio intitolato The impact of interest: How loan rates shape firm investment di Lea Best, Benjamin Born e Manuel Menkhoff esamina in particolare quanto un calo dei tassi sui prestiti incida sugli investimenti delle imprese tedesche. Utilizzando un sondaggio su oltre 3.200 imprese in Germania, abbinato a scenari “ipotetici” e ai dati reali relativi alle reazioni a shock di politica monetaria, i ricercatori hanno isolato il canale di trasmissione “costo del prestito” (loan rate) rispetto ad altri canali (domanda, effetti generali equilibrium).

Nel sondaggio, effettuato a dicembre del 2023, è stato chiesto alle imprese di immaginare la loro reazione ad una riduzione del tasso di prestito di 0,5, 1, 3 o 4 punti percentuali, per una durata di due anni, mantenendo tutto il resto invariato. Le risposte mostrano che una diminuzione di 1 punto percentuale del tasso di prestito porta a un aumento degli investimenti pianificati di circa 6% nel primo anno e di 7% nel secondo anno. Per riduzioni dei tassi ancora più grandi (3-4 punti), l’aumento degli investimenti diventa più consistente: dell’ordine del 12-15%. Considerando anche gli altri canali di trasmissione della politica monetaria, lo studio calcola che l’effetto complessivo di una riduzione dell’1% dei tassi è un aumento del 15% degli investimenti aziendali nel primo anno.

Non si tratta però di un automatismo su larga scala, la risposta delle aziende misurata nel sondaggio è molto eterogenea e dipende anche dalla presenza o meno di un piano di investimenti già attivo. In termini percentuali, il 30% delle aziende con piani di investimento attivi ha dichiarato la volontà di aumentarli in presenza di una riduzione dei tassi di mezzo punto percentuale. La scelta di non aumentare gli investimenti è spiegata sostanzialmente in due modi: presenza di fondi interni sufficienti (quindi nessuna necessità di prestiti); mancanza di opportunità sufficienti o delle condizioni per aumentare l’investimento.

Un altro dato significativo dello studio riguarda la percezione delle scelte di politica monetaria da parte delle imprese. L’83% del campione intervistato, infatti, associa una riduzione dei tassi alla riduzione del costo dei prestiti. Solo il 12% prende in considerazione l’effetto positivo sulla domanda derivante dalla riduzione del costo del denaro.

Le implicazioni di questi numeri per la politica sono chiare: innanzitutto, molte imprese non reagiscono ai prestiti più economici perché dispongono di liquidità sufficiente o non sono vincolate dal costo del prestito. In secondo luogo, la sensibilità all’interesse diminuisce per variazioni più grandi — il che significa che in contesti di domanda molto debole, la politica monetaria diventa meno efficace. Infine, il fatto che molte imprese non considerino consapevolmente gli effetti della politica monetaria ribadisce che il canale non-finanziario può essere lento o inattivo.

Foto di Steve Buissinne

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