L’economia è un sistema che si regge su equilibri spesso fragili e il ritmo del suo essere ciclico è fortemente influenzato dalle scelte – anche politiche – di chi opera al suo interno. Ed è da qui che bisogna partire per cercare di capire in quale complicatissimo “cul de sac” rischi di ritrovarsi nei prossimi mesi l’economia statunitense.
Nelle ultime settimane il focus degli investitori sembra essersi spostato dalla dinamica dei prezzi a quella del mercato del lavoro. Se da un lato gli effetti dei dazi sui prezzi al consumo tardano a farsi sentire, dall’altro lato il ritmo di crescita dei posti di lavoro ha subito un netto rallentamento. A confermarlo non sono solo i dati ufficiali del Dipartimento del Lavoro, l’ultimo in ordine di tempo è la revisione annua al ribasso di oltre mezzo punto percentuale. Lunedì scorso la Federal Reserve di New York ha pubblicato i risultati dell’ultimo sondaggio condotto sulle aspettative delle famiglie statunitensi. Tra le percentuali più interessanti spicca un 44.9% che rappresenta la probabilità percepita di trovare una nuova occupazione nei prossimi tre mesi. Si tratta di un dato in calo di oltre 5 punti percentuali rispetto al rilevamento precedente e della percentuale più bassa dal 2013, ovvero da quando il sondaggio è stato effettuato per la prima volta.
Anche i dati pubblicati dal Conference Board sembrano confermare un progressivo indebolimento dell’offerta di lavoro statunitense. L’indice che misura il trend delle assunzioni nel paese, l’ETI, è scivolato ad agosto a 106.41 punti, vale a dire al minimi da inizio 2021. Anche in questo caso l’aspettativa degli intervistati si fa via via più negativa sulla possibilità di trovare una nuova occupazione in tempi brevi. E le imprese, dal canto loro, riducono le nuove assunzioni a causa dell’incertezza permanente sui dazi e sull’andamento dei consumi nei prossimi mesi. Va da sè che di fronte a conferme di rallentamento della domanda si passerebbe in fretta dal mantenimento degli attuali livelli occupazionali alla loro riduzione, con relativo aumento della disoccupazione e tutto quello che potrebbe seguirne.
L’incertezza generata dallo scenario geopolitico configuratosi da inizio anno si sta rilevando come la classica manciata di sabbia gettata sugli ingranaggi di una macchina – l’economia statunitense – che tutto sommato navigava a buon ritmo. Gli scricchiolii che si sentono in queste settimane possono diventare un problema più grave o passare via senza troppi strascichi. E per continuare con la metafora, la Fed può oliare il meccanismo per provare a far scorrere via l’impurità ma dovrà correre il rischio che l’olio, amalgamandosi con la sabbia, provochi un grippaggio.
Fuor di metafora, la situazione a cui la banca centrale statunitensi si trova di fronte rende complicate le scelte di politica monetaria. Intervenire è oramai obbligatorio e in questo senso le parole di Powell da Jackson Hole sono state piuttosto chiare. Ma con che intensità? Tagliare i tassi in maniera massiccia significherebbe accettare il rischio di una riaccelerazione dell’inflazione, ridurre il costo del denaro in maniera troppo lenta vorrebbe dire non dare alcun sollievo alla domanda e agli investimenti.
L’inflazione rimane sostenuta, con la lettura del dato core che resta stabile oltre il 3% e l’indice generale sui massimi da gennaio scorso. Dall’altro lato, quello della produzione, il segnale che arriva è quello di una volontà ancora forte da parte delle imprese di non passare i costi dei dazi sui consumatori finali, o quantomeno di non sentirne ancora l’esigenza. Su queste basi, la scelta del board guidato da Jerome Powell dovrebbe cadere su un taglio di 25 punti base a settembre, indicando al contempo la volontà di proseguire con un’ulteriore riduzione entro fine anno se vi saranno le condizioni.
Foto di Federal Reserve







