Sfondo scuro Sfondo chiaro

3 strategie per rispondere ai dazi USA: ma una sola funziona

Uno studio dell’FMI analizza le 3 strategie possibili per rispondere ai dazi sulle esportazioni.

All’approssimarsi della scadenza di inizio agosto, fissata da Trump come termine ultimo per raggiugere un accordo commerciale con gli USA, la situazione rimane ancora delicata sotto il cielo del commercio internazionale. Tra spiragli di ottimismo, accordi firmati e posizioni ancora distanti, gli economisti discutono sull’atteggiamento più efficace da tenere di fronte all’imposizione di dazi sulle esportazioni.

Una recente ricerca del FMI, a firma di Lorenzo Rotunno e Michele Ruta, offre un punto di vista estremamente interessante. Lo studio analizza tre strategie alternative che i paesi colpiti possono adottare per rispondere ai dazi USA: ritorsioni tariffarie, sussidi industriali, e integrazione economica con altri partner. Utilizzando un modello quantitativo di commercio internazionale su 73 paesi e 20 settori, gli autori ne simulano gli effetti su commercio e benessere economico. I risultati sono sorprendenti — e ricchi di implicazioni politiche.

Pubblicità

La prima strategia è la più ovvia: rispondere con dazi su beni americani. Questa misura riduce le esportazioni statunitensi (lo studio stima un calo del −49%), ma al prezzo di aumentare anche i costi per i consumatori e le imprese dei paesi che ritorsioni. Il danno si propaga a tutta la catena del valore e il risultato netto è una perdita di benessere globale, peggiorando ulteriormente il quadro.

Una seconda opzione consiste nel fornire sussidi mirati ai settori più colpiti dai dazi USA, per compensare la perdita di accesso al mercato americano. Funziona? Solo parzialmente. I sussidi aumentano la produzione ed esportazione — in particolare in Cina, che ne fa largo uso — ma creano distorsioni, costano molto ai contribuenti, e possono scatenare ritorsioni future sotto forma di dazi anti-sussidio. Nel complesso, anche in questo caso, il benessere economico globale ne risente.

Le cose cambiano se si decide di utilizzare la terza opzione: rispondere al protezionismo con un surplus di integrazione economica. Stringere nuovi accordi commerciali o approfondire quelli esistenti risulta essere la scelta più efficace. Paesi come Giappone, Corea e Unione Europea, attraverso l’adesione a trattati multilaterali come il CPTPP o la RCEP, possono riuscire non solo a compensare la perdita di accesso al mercato statunitense, ma anche ad aumentare il proprio reddito reale. Il modello mostra che l’integrazione economica è l’unica strategia in grado di aumentare il PIL globale (+0,3%), anche in presenza dei dazi USA.

In estrema sintesi, la ricerca dell’FMI ci ricorda che rispondere con chiusura a un dazio è una reazione istintiva ma costosa, mentre aprirsi ad altri mercati si dimostra non solo più efficace ma anche più sostenibile nel lungo termine.

In un mondo sempre più multipolare e frammentato, la cooperazione commerciale selettiva — attraverso accordi bilaterali e regionali — diventa una leva strategica. I dazi USA non sono solo una sfida: possono anche diventare un’opportunità per accelerare nuovi equilibri globali.

Nella speranza che le relazioni commerciali con gli Stati Unti si normalizzino, aprirsi a nuovi mercati e lavorare per rafforzare la cooperazione internazionale sembra essere l’unica strada in grado di garantire protezione nel lungo periodo.

Foto di Markus Kammermann

Resta aggiornato

Gli ultimi articoli di Ekonomia.it direttamente nella tua casella mail. Iscriviti qui sotto.
I dati trasmessi attraverso questo modulo sono trattati secondo la nostra privacy policy, in linea con la normativa vigente. Per nessun motivo verranno ceduti a terze parti o utilizzati per l'invio di messaggi di natura commerciale.
Post precedente

Dazi USA, se il nuovo zero è il 10%

Post successivo

BCE, tassi fermi ma Lagarde lancia un messaggio chiaro: l’incertezza resta

Pubblicità