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La recessione della fiducia

Più dei prezzi e delle conseguenze economiche, a preoccupare della politica internazionale impostata da Trump è il rischio di una sorta di recessione della fiducia di investitori e imprese.

Dopo aver provato a ricondurre la strategia di Trump alla teoria dei giochi – a proposito sembra davvero più pollo che prigioniero – e aver parlato dell’originale – per essere gentili – formula matematica utilizzata per calcolare i dazi (ma era comunque giusto spiegarla). Dopo tutto questo, è il momento di fare qualche riflessione su quanto sta accadendo sui mercati finanziari, sui rapporti internazionali, sull’economia globale.

Tanti, davvero tanti, sono gli spunti che ci stanno arrivando da queste tormentate giornate. Esperti che parlano 24 ore al giorno e previsioni di tutti i tipi. Tutto normale quando l’incertezza ti avvolge, quasi ti stritola, e l’unico appiglio per non soffocare e cercare di spiegare anche l’inspiegabile, di intravedere una strada, una logica. Ma proviamo a fare ordine, proviamo a guardare nel profondo questa crisi.

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Gli ultimi anni ci hanno insegnato che i mercati finanziari e l’economia globale sono estremamente fragili, molto più fragili di quanto pensassimo all’alba del 21° secolo. L’inflazione che pareva morente è tornata protagonista e con essa le pressioni sui salari e sulla politica monetaria. Una crescita dei mercati finanziari, basata più sulle aspettative di profitto che sui fondamentali, ha surriscaldato le quotazioni di società arrivate a dominare e condizionare l’andamento di un intero listino. Un mondo intossicato da una globalizzazione senza regole è divenuto sempre meno collaborativo e sempre più convinto che l’unica soluzione sia tornare ad alzare muri, riaccendendo la conflittualità e radicalizzando le scelte politiche.

Siamo ad un tornante della storia, avrebbe detto qualcuno. Forse si, forse no, chi può dirlo? Soprattutto se sulla scena i protagonisti diventano sempre meno credibili, sempre meno capaci di generare fiducia ma bravissimi nel distruggere quel poco collante che ancora tiene in piedi la baracca, pur di rincorrere l’idea che al momento genera maggiore consenso.

Ma il consenso è cosa temporanea, cambia e si dissolve all’alzarsi della prima brezza. Ben più solida è invece la fiducia, ed è cosa complicata ristabilirla una volta persa. Eccoci al punto. Quello che sta succedendo in queste settimane non è solo un problema di prezzi, di tariffe, di recessione. E’ un problema di fiducia. Quando tu decidi deliberatamente di mandare all’aria un sistema che, bene o male, ha retto le sorti economiche del mondo dal dopo guerra ad oggi, per altro con notevoli benefici al tuo paese. Quando tu fai questo, stai minando la fiducia delle imprese e dei partner internazionali. Quando permetti che la volatilità che hai scatenato divori trilioni di dollari in poche ore, o li crei e li distrugga in pochi minuti, stai minando la fiducia degli investitori.

Questi è il vero danno che rischia di fare la linea di politica internazionale degli Stati Uniti, una recessione della fiducia che richiederebbe molto tempo per essere riparata. Si può ancora tornare indietro.

Illustrazione di Gerd Altmann

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