Lavoro da casa, poca produttività ma anche scarsa attrattività

Da oggi buona parte dell’Italia è colorata di rosso. Questo significa dolorose chiusure ed un ritorno massiccio allo smart working o, per essere più precisi, al lavoro da casa; il working from home (WFH) in inglese.

Da quando, ormai un anno fa, il lavoro da casa ha fatto capolino nelle nostre vite, gli economisti hanno provato a capirne le implicazioni. Ovviamente, da economisti, si sono focalizzati sulla produttività del lavoro e sugli eventuali vantaggi e svantaggi per l’ecosistema aziendale. Altri studiosi, sociologi e psicologi, hanno provato ad analizzare tutte le altre innumerevoli ripercussioni che il working from home ha sulla vita di una persona e sulle sue relazioni.

Dopo un anno ne sappiamo qualcosa di più? Il lavoro da casa – dal lato economico – aumenta o diminuisce la produttività del lavoro? Purtroppo non sembra esserci una risposta univoca. L’ultimo contributo al dibattito arriva da un paper di Masayuki Morikawa, pubblicato dal CEPR settimana scorsa, dal titolo The productivity of working from home: Evidence from Japan e – spoileriamo come si dice oggigiorno – ci dice che la produttività è inferiore a quella raggiungibile in azienda, ma è soprattutto l’appetibilità di questa forma di lavoro ad essere molto scarsa.

La ricerca di Morikawa è, come detto, l’ultima in ordine di tempo. Esistono ricerche sul mercato del lavoro inglese, americano ed un altra ricerca dello stesso Morikawa condotta nella seconda metà del 2020 sempre in Giappone. I risultati nel complesso sono incerti. Si va dalla sostanziale equivalenza in termini di produttività riscontrata in Gran Bretagna, alla maggiore produttività che traspare dai sondaggi fatti negli USA.

L’ultima ricerca di Morikawa aggiunge un tassello interessante al dibattito e ci dice, nell’esperienza giapponese, che non è tanto la questione della produttività, ma quella dell’attrattività di questa forma di lavoro a tarparne le ali. Dal sondaggio condotto emerge che, a fronte di un 49% delle aziende che hanno attivato canali di Work From Home, mediamente solo il 30% dei lavoratori ha effettivamente lavorato da casa. E questo lavoratore su tre che ha intrapreso la modalità di lavoro da casa durante la pandemia – continua la ricerca di Morikawa – ha una produttività inferiore rispetto ad un lavoratore in sede. Le aziende giapponesi, sempre nella media, fatto 100 la produttività del lavorare in sede, indicano in 68.3 il livello di produttività del lavoratore da casa. Un dato che ha un picco dell’80% nel settore dell’ITC. Il 70% delle aziende motiva questo giudizio con l’impossibilità di svolgere determinate mansioni da remoto. Altre cause degne di nota sono: la mancanza di supporti tecnologici paragonabili a quelli aziendali e la scarsa velocità di comunicazione che solo il contatto diretto sembra garantire.

Insomma, lavorare da casa, attività che sarà la nuova normalità per molti italiani nelle prossime settimane, continua ad essere percepita come un corpo estraneo da gran parte delle aziende, facendo presagire che solo alcuni settori continueranno, nel post pandemia, a puntarci convintamente.

Foto di Junjira Konsang

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