Il telelavoro riduce la disoccupazione, ma è sostenibile?

Osannato nell’immediatezza del lockdown, il telelavoro – impropriamente chiamato smart working – ha avuto il tempo in questi mesi di mostrare pregi e difetti. Una domanda si fa largo: ma è sostenibile?

I ricercatori del Fondo Monetario Internazionale hanno provato a mettere a confronto i dati sulla disoccupazione nel periodo della crisi finanziaria del 2009 con quelli, seppur ancora approssimativi, dell’attuale crisi scatenata dalla pandemia di covid-19.

Lo studio condotto da Ippei Shibata si è concentrato sui dati del mercato del lavoro americano e mostra come molta parte dello story-telling sul telelavoro vada quanto meno riconsiderato. Partiamo da un punto fermo: i lavoratori le cui mansioni si possono svolgere anche a distanza sono più protetti rispetto agli altri nelle fasi di disoccupazione crescente. Ma questo sta valendo per la crisi da covid-19 così come è valso per la crisi finanziaria del 2009. Tutto ciò, spiega Shibata, significa che non è tanto la contingenza (la pandemia e la necessità di stare a casa) a rendere il telelavoro più resistente alla recessione, piuttosto sono le caratteristiche del lavoratore (le sue abilità medio-alte) a farne un soggetto più resistente ad una congiuntura negativa.

Interessanti anche altri due risultati dello studio dell’FMI. Il fatto che la disoccupazione colpisca i maniera molto più massiccia i lavoratori a bassa competenza e, ne abbiamo già parlato, tenda a penalizzare fortemente le donne e i giovani.

Ma tornando al telelavoro, rimane sul piatto la domanda iniziale: è sostenibile? Un bell’articolo del WSJ di settimana scorsa ha provato a tastare il polso della situazione. Al di là dei singoli esempi, sembrano evidenziarsi alcune caratteristiche che fanno propendere per una risposta non del tutto positiva al nostro quesito.

La maggior produttività inizialmente scaturita da questa nuova modalità di lavoro, per esempio, rischia di rilevarsi semplicemente come una reazione “spontanea” dei lavoratori ad una situazione di stress. Racconta a WSJ Laszlo Bock, ex capo HR di Google, che milioni di persone hanno affrontato l’esperienza del lavoro a distanza come una sorta di post-naufragio; il laptop come ciambella di salvataggio a cui aggrapparsi per mantenere il proprio posto di lavoro. Una situazione che nel breve ha portato ad una certa iper-produttività ma che nel lungo periodo non è sostenibile.

Molte società, inoltre, stanno sperimentando ritardi nell’elaborazione dei progetti, maggiori costi di training ed il sentore che la mancata esperienza maturabile in un ufficio “fisico” possa ridurre le capacità di sviluppo professionale dei nuovi assunti.

Settori come quello finanziario sembrano essere tra i meno soddisfatti e tra i più pessimisti sull’implementazione, in pianta stabile, di questa nuova forma di lavoro. Molte società hi-tech, invece, hanno abbracciato con entusiasmo la nuova prospettiva. Ad esempio, Twitter ha deciso di adottare il telelavoro in ottica di lungo periodo, mentre Google ha – proprio ieri – annunciato la decisione di prolungare la modalità di lavoro a distanza per i propri dipendenti fino alla metà del 2021.

Foto di maitematas

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