L’effetto pandemia sulla previdenza

L’annuale appuntamento con il Mercer CFA Institute Global Pension Index è l’occasione per iniziare a ragionare sugli effetti negativi che la pandemia rischia di avere sulla previdenza pubblica – ma anche complementare.

Il rapporto sullo stato di salute del sistema previdenza redatto ogni anno, da 12 anni a questa parte, da Mercer CFA Institute è particolarmente significativo per il 2020. Un anno nel quale sulla sostenibilità dei sistemi pensionistici si è abbattuta la crisi economica scatenata dalla pandemia di covid-19. Una crisi che per la previdenza ha voluto dire, nell’immediato, tre cose: una riduzione delle contribuzioni, perchè si è lavorato di meno; una riduzione dei montanti pensionistici, perchè molti paesi (ad esempio l’Australia) hanno autorizzato i cittadini all’utilizzo delle riserve previdenziali per sostenere i propri redditi; una riduzione dei rendimenti, con lo schiacciamento a zero sempre più marcato dei tassi di interesse ed il crollo del PIL.

Una sequenza di eventi negativi che si va ad aggiungere alle “storiche” difficoltà della previdenza: l’invecchiamento della popolazione nelle economie occidentali ed i bassi tassi di crescita dell’ultimo decennio.

Nell’analizzare 39 sistemi pensionistici in tutto il mondo, coprendo circa 2/3 della popolazione mondiale, il Mercer CFA Institute Global Pension Index mostra come la pandemia abbia seriamente interessato il mondo della previdenza. Sono infatti ben 20 i paesi inseriti nell’indice che hanno visto peggiorare la loro valutazione.

Molto chiaro il commento di David Knox, autore del report. Intervistato da Bloomberg.com, Knox ha spiegato che lo stress sulle finanze pubbliche causato dalla pandemia avrà, inevitabilmente, un impatto sulle future pensioni. Questo potrebbe significare, ad esempio, che le persone saranno costrette a lavorare più a lungo e che molte dovranno abbassare il proprio tenore di vita in età pensionabile o aumentare il profilo di rischio dei propri investimenti previdenziali. In ogni caso, chiosa Knox, sarà sempre più fondamentale il ruolo della previdenza integrativa.

Il risultato di questo ragionamento è semplice. I sistemi previdenziali che hanno il miglior mix tra privato e pubblico reggeranno meglio degli altri. E non è un caso, quindi, se nel Global Pension Index paesi come l’Italia e l’Austria – non dotati di una strutturata previdenza integrativa e quindi a bassa sostenibilità nel Global Pension Index* – scendono rispettivamente al 29° e 28° posto.

Dando uno sguardo alla classifica emergono, come spesso succede, i paesi del Nord Europa (5 nei primi 10 posti della classifica). L’Olanda si piazza in testa alla classifica con un sistema previdenziale che garantisce ai suoi cittadini – nel mix tra pensione pubblica ed integrativa – un tasso di sostituzione dell’80%. Vale a dire che un cittadino olandese, una volta in pensione, percepisce un assegno pari all’80% circa dell’ultimo stipendio. Percentuali che molti paesi sognano: in Gran Bretagna il tasso di sostituzione è del 28%, in Giappone del 35%.

Sul podio finiscono anche Danimarca (migliore in termini di sostenibilità del sistema) ed Israele.

*Mercer CFA considera un sistema sostenibile quando, tra le altre cose, l’80% della popolazione occupata aderisce ad una forma di integrazione pensionistica.

Foto di tongchang

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