La politica fiscale e la parità di genere nel mercato del lavoro

La politica fiscale può essere un’arma efficace per raggiungere l’obiettivo della parità di genere? Se lo sono chiesti i ricercatori dell’FMI, la risposta è affermativa.

Quando si parla di parità di genere, ossia della possibilità per uomini e donne di avere le stesse opportunità in ambito sociale, politico e lavorativo, si tende spesso a sottovalutarne le implicazioni per la crescita economica di un paese.

In realtà la gender inequality, oltre ad essere un indicatore del (basso) grado di civiltà – e di cultura – di un paese, è anche un handicap di natura economica. E la politica fiscale, tra le sue innumerevoli possibilità, ha anche quella di poter incidere efficacemente sulla parità di genere.

Se ne sono occupati di recente, osservando le dinamiche sul mercato del lavoro, Stefania Fabrizio, Anna Fruttero, Daniel Gurara, Lisa Kolovich, Vivian Malta, Marina M. Tavares e Nino Tchelishvili in una ricerca del Fondo Monetario Internazionale dal titolo “Women in the Labor Force: The Role of Fiscal Policies“.

I ricercatori partono ricordando due dati significativi. Il primo riguarda il lento cammino verso la parità di genere nella partecipazione al mercato del lavoro. Negli ultimi 30 il gap tra uomini e donne occupate è diminuito del 27%, ma rimane ancora ad una percentuale elevata, il 20%. In molti paesi si è persino assistito ad un andamento in controtendenza: in Cina, ad esempio, la differenza tra uomini e donne occupate è salita del 10%, in Romania dell’8%.

Il secondo dato di partenza riguarda il perchè la parità di genere ha forti implicazioni economiche. Il paper dell’FMI ricorda i molti studi a sostegno di questa tesi. Una maggior partecipazione delle donne nel mercato del lavoro si traduce in maggiore produzione, maggiore domanda interna ed un significativo miglioramento della produttività. La conseguenza indiretta è una diminuzione della povertà e delle disuguaglianze. Secondo le elaborazioni dell’ILO (International Labor Organization), la riduzione del 25% del gap di partecipazione al mercato del lavoro tra uomini e donne si tradurrebbe, entro il 2025, in 3,9 punti percentuali di PIL in più.

La politica fiscale può fare molto per la parità di genere e la ricerca dell’FMI lo dimostra. In particolare Fabrizio, Fruttero e gli altri ricercatori evidenziano che laddove i governi hanno messo in campo politiche fiscali mirate alla riduzione della gender inequality, i risultati non sono mancati. E a fine 2018 erano 80 i paesi che avevano adottato una qualche forma di politica fiscale a favore della parità di genere nel mercato del lavoro.

Alcuni casi sono emblematici. In Norvegia le politiche di sostegno a favore delle neomamme hanno aumentato del 32% la probabilità per queste ultime di trovare occupazione. In Sud Africa l’espansione della rete di energia elettrica ha aumentato del 9% l’accesso delle donne nel mondo del lavoro. L’investimento in infrastrutture stradali e nei trasporti nelle aree rurali dell’India ha contribuito a far si che la percentuale di donne occupate abbia superato quella degli uomini.

Gli interventi di carattere fiscale variano a seconda del tipo di paese. In paesi low income l’attenzione è rivolta soprattutto all’educazione ed alla realizzazione di infrastrutture, in questo senso un modello virtuoso è quello del Senegal. Nelle economie avanzate lo sguardo delle politiche fiscali deve essere rivolto ai servizi alla persona ed alla fiscalità. In questo caso sono gli USA ad essere dotati di un modello efficace allo scopo. Ma si possono citare anche paesi come Canada, Repubblica Ceca e Svezia che, modificando la tassazione dei redditi da base familiare ad individuale, hanno significativamente aumentato l’occupazione femminile.

Certo, la politica fiscale ha un costo nel breve termine ma questo è ampiamente ripagato dai benefici sociali ed economici che nel lungo periodo la parità di genere porta con sé.

Foto di Sasin Tipchai

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