A pochi giorni dalla riunione del Consiglio direttivo, l’indagine trimestrale della BCE sul credito bancario (159 banche interpellate tra il 21 settembre e il 6 ottobre 2026) descrive un credito in frenata nell’Eurozona, con più paletti dal lato dell’offerta e una domanda più debole.
Sul fronte dell’offerta, le banche hanno irrigidito i criteri per le imprese più del previsto (+9%, contro il +5% atteso) e per il credito al consumo (+14%), mentre per i mutui sono rimasti invariati. Con l’incertezza geopolitica e il caro energia sullo sfondo, sulla disponibilità delle banche pesano la maggiore percezione del rischio e la minore propensione ad assumere posizioni rischiose. La conseguenza è un aumento delle richieste respinte, in tutti i comparti ma soprattutto sul credito al consumo.
Sul fronte della domanda, quella delle imprese cala del 6% netto, mentre le banche ne attendevano un aumento del 4%. A frenarla è soprattutto il livello dei tassi, insieme alla debolezza degli investimenti fissi delle piccole e medie imprese e al ricorso ad altre fonti di finanziamento; sostengono scorte e capitale circolante. La domanda di mutui scende del 27% (−15% nel trimestre precedente), pur restando ben sotto il picco dell’ultimo ciclo di rialzi, e per il quarto trimestre le banche si aspettano −36%.
Il sondaggio contiene anche due indicazioni meno scontate. La prima riguarda l’intelligenza artificiale: le banche vedono crescere, in modo graduale ma costante, le richieste di finanziamento per le infrastrutture digitali, soprattutto i data center. I prestiti legati all’IA andranno più probabilmente ai fornitori di infrastrutture che a chi sviluppa software, e la maggior parte degli istituti non ha ancora definito criteri di valutazione specifici. La seconda indicazione riguarda la raccolta: l’accesso ai fondi presso la clientela è peggiorato più che in ogni altro momento dall’inizio della serie, nel 2011. Le banche segnalano inoltre che la riduzione dei titoli detenuti dalla BCE rende più restrittive le condizioni di prestito, e si aspettano che l’effetto cresca nei prossimi dodici mesi.
Con il tasso sui depositi è al 2,50% e l’inflazione di settembre è al 3,8%, ci si potrebbe chiedere se un credito più scarso e più caro dia una mano alla BCE. In parte sì: i rialzi servono proprio a frenare prestiti e spesa, e l’indagine mostra che sta accadendo, con un raffreddamento più forte di quanto le banche stesse prevedessero. Se il freno arriva anche dal sistema bancario, la banca centrale può permettersi di fermarsi. Questo sarà l’argomento che, secondo molti analisti, i membri del Consiglio BCE più favorevoli ad una pausa nel rialzo dei tassi useranno per giustificare la propria posizione.
Restano però due cautele. La prima è che non tutta la stretta dipende dai tassi: una parte nasce da prudenza e incertezza legate alla guerra e all’energia, e la BCE non può governarla. Le banche stesse si aspettano un irrigidimento ancora maggiore nel prossimo trimestre. La seconda è che l’inflazione è spinta soprattutto dai prezzi dell’energia, su cui il credito conta poco: prestiti più scarsi frenano investimenti e consumi, ma non fanno scendere il costo del gas. Il rischio è di pagare in crescita senza ottenere prezzi più bassi.
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