Per vent’anni l’ETF è stato il simbolo della sconfitta della gestione attiva: replicare l’indice costava meno e, in media, rendeva di più. Nel 2026 la gestione attiva rientra proprio da lì, dall’involucro dell’ETF. Secondo l’ultima analisi di Morningstar, i prodotti attivi europei hanno raccolto tra gennaio e settembre 28,9 miliardi di euro, più dei 26,8 incassati in tutto il 2025, portando il patrimonio a 117,1 miliardi dai 78,2 di fine anno scorso.
Il dato va però ridimensionato. Gli ETF attivi valgono il 3,4% del patrimonio degli ETF europei, contro il 13,1% degli Stati Uniti, e assorbono l’8,1% delle raccolte nette del mercato (7,6% nel 2025). La crescita non è nemmeno lineare: nel terzo trimestre sono entrati 10,1 miliardi, meno dei 10,8 del secondo. Più netta ancora la distanza dall’altra sponda dell’Atlantico: secondo ETFGI, negli Stati Uniti gli attivi hanno raccolto quasi il 39% di tutti i flussi da inizio anno, mentre in Europa la quota si colloca tra l’8% e il 10%, a seconda della fonte.
L’aspetto più interessante riguarda il cosa si intende per gestione attiva. Negli ultimi nove mesi gli ETF azionari sistematici, cioè quelli basati su modelli quantitativi e regole definite, hanno raccolto 12 miliardi, quasi il doppio dei 6,7 miliardi accumulati dai fondi discrezionali, ossia quelli la cui attività è affidata al giudizio del gestore. La scelta degli investitori, quindi, sembra più sfumata e va verso un attivo che somiglia all’indice, ossia con scarti contenuti rispetto al benchmark. Ed è proprio questo il “territorio” dei prodotti enhanced, come i primi ETF attivi “AI Enhanced” quotati da Pictet su Borsa Italiana, che puntano a un extra-rendimento (alpha) dell’1-1,5% annuo mantenendo un rischio vicino a quello dell’indice.
A cambiare è anche la mappa dell’offerta. J.P. Morgan Asset Management resta prima in Europa, ma la sua quota scende dal 47% al 41% tra fine 2025 e settembre, mentre iShares sale dal 6,5% all’8%. I lanci proseguono: 118 prodotti da inizio anno, con il record di 148 del 2025 vicino a essere superato. Negli Stati Uniti l’offerta corre più della domanda: a settembre il 75% dei nuovi ETF era attivo, ma il 60% dei nuovi capitali è andato ai passivi, rileva uno studio FactSet.
Resta la domanda di fondo: al netto dei costi, questi prodotti battono davvero l’indice? I primi segnali sembrerebbero incoraggianti ma stiamo parlando di un aerco temporale molto breve: a fine luglio, secondo Milano Finanza, alcuni ETF azionari attivi avevano superato di oltre il 4% l’indice mondiale di riferimento, un periodo troppo corto per trarre conclusioni. Il rapporto ESMA 2025 sui costi e le performance, dal canto suo, ci ricorda che nel 2024 i fondi azionari attivi hanno reso meno dei passivi.
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