C’era una volta Mr Bean, e prima di lui molti altri comici. La loro irresistibile comicità seguiva una trama ben rodata: una normalissima scena di vita quotidiana viene sconquassata dall’arrivo dell’attore che con le sue personali interpretazioni, un misto di goffaggine e feroce individualismo, rompe l’equilibrio creando disastri. Poi il finale, con l’adorato orsetto di pezza che si addormenta a comando in una tranquilla notte di una qualunque città inglese.
Vi chiederete, e quindi? Osservando quello che sta accadendo da due anni a questa parte sulla scena internazionale, pare che ci sia una sorta di Mr Bean anche nella realtà, solo che non fa per niente ridere e con lui il lieto fine della storia non è scontato.
Non ce ne voglia il bravissimo Rowan Atkinson se in queste poche righe si trova accidentalmente accostato alla figura dell’attuale presidente degli Stati Uniti. Sì, l’apprendista Mr Bean è proprio lui: Donald Trump. E se avete la pazienza e la bontà di seguire il ragionamento, converrete che il parallelo, sotto molti punti, regge.
Avvolgiamo il nastro e torniamo a inizio febbraio 2025. Avevamo appena finito di digerire i panettoni (che costavano sui 6-7 euro al chilo quelli industriali classici), la settimana iniziava con un pieno di benzina o diesel (rispettivamente a 1,82 €/litro e 1,73 €/litro) e proseguiva con i soliti ritmi e le solite incombenze, come la spesa alimentare ad esempio (circa 125 euro a settimana). I giornali economici raccontavano di un’inflazione annua (in Italia) all’1,5%, appena sopra l’1,3% di dicembre 2024. Fuori dai confini nazionali, nel cuore del Medio Oriente, una media di 125-140 navi al giorno transitava in entrata e uscita dallo stretto di Hormuz e il prezzo del Brent stazionava intorno ai 75 dollari al barile. Poi è arrivato Mr Bean, ma la brutta copia, quella che non fa ridere e il suo misto di “goffaggine” e “feroce individualismo” hanno reso la geopolitica internazionale quella che oggi conosciamo, con tutte le conseguenze: il pieno costa 2,03 €/litro per la benzina e 2,26 per il diesel, il Brent viaggia sopra i 105 dollari al barile, l’inflazione italiana a settembre è balzata al 4,2% (con i beni energetici a +22,6%) e dallo stretto di Hormuz, dopo lo scoppio della guerra con l’Iran il 28 febbraio, passano pochissime navi: a inizio settembre la media dei dieci giorni precedenti era di circa 12 al giorno, contro le circa 125 di prima.
A una settimana dalle elezioni di midterm, il biondo giocatore di golf (handicap ufficiale 2,8 su cui l’ex firma di Sports Illustrated Rick Reilly nutre molti dubbi e che viene stimato realisticamente intorno a 9 o 10) sta provando in tutti i modi ad aggiustare la situazione con trovate surreali (comprare diesel dalla Russia, promettere 5mila dollari a ogni adulto americano in caso di vittoria repubblicana, prefigurare brogli elettorali), in un climax che negli episodi del Mr Bean reale, quello che faceva ridere, portava all’esplosione di risate finali e successivo addormentamento a comando dell’orsetto di pezza.
Ma l’abbiamo detto in premessa e ripetuto poi: questo non fa ridere e il lieto fine non è scontato. Se le elezioni di martedì 3 novembre finiranno come indicano i sondaggi (e settimana scorsa l’Economist metteva in guardia dal dare per scontati i distacchi che oggi si leggono), lo scenario post voto è tutt’altro che rassicurante.
Un Congresso a tinte blu, ossia a maggioranza democratica, può senza dubbio rallentare l’azione di Trump, ma con due effetti collaterali di non poco conto. Il primo è relativo all’utilizzo dei cosiddetti ordini esecutivi, provvedimenti che il presidente emana saltando Camera e Senato e che possono essere bloccati solo dalla giustizia. Nel solo 2025 ne sono stati firmati 225, un ritmo che l’AFP definisce mai visto dai tempi di Roosevelt, e per di più con un Congresso amico. Nel 2026 il passo è rallentato, ma il conto è comunque arrivato a 288 al 1° ottobre e, sommando i 220 del primo mandato, a 508 in sei anni di presidenza. Bush Junior ne firmò complessivamente 291, Obama 276. Con un Congresso ostile, è lecito attendersi che questa scorciatoia diventi ancora più allettante.
Non è tutto. Il Congresso ha tra i suoi principali compiti quello di approvare il bilancio federale. Un documento che poi deve essere firmato dal presidente. In assenza di accordo lo stato smette di pagare stipendi e commesse: è lo shutdown. Trump ne ha già avuti almeno tre, tutti figli di scontri con il Congresso: quello del 2018-19, uno parziale di quattro giorni a inizio 2026 e quello del novembre 2025, durato 43 giorni (record storico) e costato, secondo la stima del Cbo, 11 miliardi di dollari di Pil reale perso in modo permanente.
Sarà che ci avviciniamo ad Halloween, ma le settimane e forse i mesi che ci troviamo di fronte non promettono molto di buono. A meno di un colpo di scena, una redenzione in extremis o uno sbuffo di pragmatismo.
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