L’OPA di Tata Motors su Iveco Group ha superato la soglia dell’80%. Secondo i dati di Teleborsa, al termine del periodo di adesione, chiuso lunedì 26 ottobre, le richieste hanno raggiunto l’87,81% dei titoli. Il corrispettivo è di 14,40 euro per azione, per un esborso massimo di 3,91 miliardi, con pagamento previsto il 30 ottobre e l’obiettivo dichiarato della revoca dalla quotazione.
Iveco è solo l’ultimo di tante storiche realtà industriali italiane acquistate da società estere. Nel 2011 Parmalat era passata ai francesi di Lactalis; nel 2015 Pirelli era finita sotto il controllo del gruppo cinese ChemChina, mentre Italcementi era diventato un asset dei tedeschi di HeidelbergCement; nel 2018 Magneti Marelli aveva lasciato il perimetro Fiat per 6,2 miliardi con i giapponesi di Calsonic Kansei; nel 2025 è toccato a Bialetti, acquisita dal gruppo cinese Nuo Capital.
Secondo gli ultimi dati Eurispes disponiboli, i marchi italiani ceduti a stranieri tra il 2008 e il 2012 sono stati 437. Un fenomeno che non si è fermato nemmeno nell’ultimo decennio: nel primo semestre 2026 KPMG conta 195 acquisizioni estere di società italiane per 8,2 miliardi, contro 224 operazioni per 6,9 miliardi un anno prima.
Ma cosa comportano queste cessioni per il tessuto industriale italiano? Nel caso specifico di Iveco, la lettura più preoccupata è quella espressa da Paolo Bricco sul Sole 24 Ore: una ferita simbolica con incognite concrete, perché i centri decisionali si spostano e la filiera di fornitori italiani rischia il confronto con quella indiana di Tata. Gli impegni su sede a Torino e stabilimenti valgono due anni, ma il precedente di Magneti Marelli – ricorda Bricco – lascia dubbi e preoccupazioni intatte.
I numeri possono venirci in aiuto. I dati Istat ci dicono che nel 2023 le imprese a controllo estero erano lo 0,4% del totale, ma occupavano il 9,8% degli addetti e producevano il 17,5% del valore aggiunto. Il valore aggiunto per addetto delle imprese sotto controllo estero sfiora i 103mila euro, contro meno di 64mila delle imprese domestiche.
C’è però un altro numero che può essere utile alla riflessione: le imprese italiane hanno messo a segno 235 acquisizioni all’estero nei primi nove mesi del 2026, per un valore di circa 19,5 miliardi.
Un marchio venduto ha un nome, una storia e un titolo di giornale; è una questione a tratti sentimentale. Le acquisizioni italiane all’estero, invece, sono tante e distribuite. Nella percezione pesano molto meno, pur essendo la faccia opposta dello stesso movimento di capitali. Ma la di là di nomi ed operazioni, il punto centrale resta individuare dove si genera il valore. Forse la domanda non riguarda tanto il passaporto dell’azionista, ma dove restano decisioni, ricerca e fornitori.
Foto di İsmail Enes Ayhan su Unsplash





