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Inflazione in Germania: la Bundesbank esclude il ritorno al 2022, ma i rischi restano al rialzo

Nel rapporto mensile di ottobre la Bundesbank spiega che lo shock energetico di oggi è diverso da quello di quattro anni fa, ma i rischi sull’inflazione in Germania rimangono e le pressioni indirette sui prezzi devono ancora arrivare.

L’inflazione resta argomento molto caldo anche dalle parti di Berlino. E quando si mettono assieme parole come prezzi ed energia, il riferimento a quanto accaduto nel 2022 è naturale. La Bundesbank, nel rapporto mensile di ottobre pubblicato proprio oggi, ha dedicato un’analisi proprio a questo confronto. La conclusione è che una ripetizione di quell’ondata appare oggi improbabile, ma che i rischi per l’inflazione in Germania restano chiaramente orientati al rialzo.

I numeri spiegano la preoccupazione. Con la guerra in Medio Oriente l’inflazione tedesca, misurata con l’indice armonizzato, è salita dal 2,0% di febbraio al 3,3% di settembre. Ad alimentarla sono soprattutto i prezzi dei prodotti petroliferi, rincarati per il blocco dello stretto di Hormuz e per la scarsità di capacità di raffinazione. Il greggio è salito di circa il 70%, ma il costo effettivo dello shock è maggiore, perché i margini di raffinazione hanno toccato in alcuni casi i massimi storici. Il resto del paniere si muove molto meno: gli alimentari crescono dell’1,1% su base annua, ben sotto la media di lungo periodo.

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Che però questo non sia uno scenario simile a quello del 2022, la Bundesbank lo sostiene guardando alla composizione dello shock. Quattro anni fa, sostiene l’istituto centrale, a salire era stato soprattutto il gas, che in Europa aveva guadagnato circa il 700% tra metà 2021 e il picco, trascinando al rialzo i prezzi dell’elettricità e poi degli alimentari. Oggi gas ed elettricità sono rincarati molto meno, anche perché la carenza globale di offerta è minore e distribuita su più paesi. Ai consumatori, inoltre, i rincari di gas ed elettricità arrivano più lentamente di quelli dei carburanti, per via di contratti lunghi, tariffe fisse e coperture dei fornitori.

Nel 2022, poi, più spinte agivano insieme nella stessa direzione: domanda forte dopo la pandemia, colli di bottiglia nelle forniture, materie prime alimentari in rialzo e un euro debole. Ora la domanda tedesca è molto più fiacca, il mercato del lavoro meno teso e le catene di fornitura – per ora – funzionano meglio. In queste condizioni le imprese hanno meno margine per ritoccare frequentemente i listini e per scaricare i costi sui clienti. Vale la pena ricordare che nel 2022 la frequenza dei cambi di prezzo era aumentata sensibilmente, e secondo l’analisi della Bundesbank questo comportamento ha amplificato l’inflazione.

Il confronto riguarda anche le politiche pubbliche. Lo sconto sulle accise dei carburanti, in vigore a maggio e giugno, ha ridotto l’inflazione di circa 0,2 punti. Dopo la sua scadenza i prezzi di benzina e diesel sono risaliti. Lo sconto è stato reintrodotto per il periodo tra ottobre e dicembre, e per gennaio è atteso un tetto temporaneo ai prezzi dei carburanti.

Il report ricorda però che c’è una variabile in grado di modificare i risultati: il tempo. L’esperienza del 2022 mostra che gli effetti indiretti dei rincari energetici arrivarono gradualmente, e talvolta con forte ritardo, su alimentari, beni industriali e servizi. Per quel che riguarda gli alimentari la Bundesbank prevede che la disinflazione in corso, dopo i forti rincari degli anni scorsi, possa esaurirsi prima del previsto. Mentre una parte della spinta sui prezzi potrebbe arrivare con ritardo dai fertilizzanti. Per i beni industriali l’istituto ricorda come le imprese acquistino con contratti di lungo periodo e usino le scorte, per questo motivo l’adeguamento dei listini potrebbe verificarsi con lentezza.

Non si può dimenticare, infine, la natura “vischiosa” dei prezzi nel settore dei servizi. A settembre l’inflazione dei servizi era al 2,8%, contro una media dell’1,5% tra il 1999 e il 2019, ed era al 3,5% già a inizio anno: di fatto è l’unica componente che presenta pressioni elevate da prima ancora dello scoppio della guerra nel Golfo. Dopo il 2022 l’inflazione dei servizi è scesa meno di quanto i modelli indicassero, e la frequenza dei cambi di prezzo è tornata alla normalità più lentamente rispetto ai settori alimentare e dei beni industriali.

Secondo la Bundesbank la pressione sui salari rimane contenuta, anche rispetto allo scenario 2022. Lo shock petrolifero agisce soprattutto dal lato dell’offerta e quindi fa salire i prezzi ma frena l’attività, spingendo poco i salari. Restano però da seguire la politica di bilancio espansiva e la minore offerta di lavoro dovuta alla demografia. Più a lungo l’inflazione resta alta, maggiore è il rischio che si alterino le aspettative e il modo in cui le imprese fissano i prezzi.

Per riassumere, il quadro che esce dall’analisi della Bundesbank è quello di un’inflazione che resterà sensibilmente elevata fino al prossimo anno, con un ritorno al 2% che richiederà tempo. Il percorso dipende molto dal Medio Oriente: un conflitto più lungo o più acuto, nuovi acquisti di gas per l’inverno o ulteriori problemi alla raffinazione potrebbero far arrivare i rincari energetici a inflazione complessiva, alimentari e componente di fondo più di quanto i modelli indichino.

Foto di Prometheus su Unsplash

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