In un’intervista al TIME di qualche giorno fa, a Donald Trump è stato chiesto perché lo Stato non prenda quote nelle società di intelligenza artificiale come ha fatto con Intel. La risposta del presidente degli Stati Uniti è stata possibilista. «Forse potrei farlo» ha detto, aggiungendo che la quota del 10% in Intel ha fruttato un guadagno di circa 60 miliardi di dollari. La domanda non era campata per aria, già a luglio si era parlato di un’offerta di OpenAI per il 5%, anche se poi nulla si era concretizzato.
Ma al di là delle singole acquisizioni, l’interventismo dello stato nel mondo della finanza e dell’economia sta tornando d’attualità. Secondo il tracker del Council on Foreign Relations, dal gennaio 2025 il governo americano ha annunciato investimenti per 27,7 miliardi di dollari in 39 operazioni che comportano forme di proprietà diretta di quote delle società coinvolte. Una novità che si affianca ai tradizionali strumenti di coinvolgimento pubblico: sovvenzioni, prestiti e incentivi fiscali. E a guardar bene l’acquisto di quote azionarie non è l’unico metodo utilizzato. In un’analisi precedente dello stesso tracker, infatti, l’acquisto di debito compariva nel 50% delle operazioni. Con la partecipazione in US Steel, invece, Washington ha ottenuto una “golden share” con potere di veto sulle decisioni importanti. Una lunga serie di operazioni culminate con il caso più noto, vale a dire quello che coinvolge Intel: circa 8,9 miliardi di fondi CHIPS Act (eredità dell’amministrazione Biden) e del programma Secure Enclave convertiti in una quota del 10%.
A mettere in fila i numeri si ha l’impressione che non si tratti di azioni estemporanee ma una vera e propria strategia; il ritorno della figura dello stato azionista nel bel mezzo dei una delle economie modello di liberismo. Cullen Hendrix, del Peterson Institute, ha deciso di approfondire il discorso, e per farlo ha analizzato le classifiche dell’indice V-Dem sulla proprietà statale dell’economia. Secondo quando emerge dall’analisi pubblicata dal PIIE, dal 2010 gli Stati Uniti non erano mai scesi sotto il quarto posto su 179 paesi, e spesso erano secondi dietro il Giappone. Nel 2025, però, la svolta: gli USA sono passati al sedicesimo posto, alle spalle del Cile e della Somalia.
L’indice misura quanto lo Stato possiede o controlla capitale, e la clausola “o controlla” conta, perché il controllo può esistere senza proprietà. Secondo Hendrix, solo circa l’1,2% delle variazioni annue dal 2005 supera quella americana. I paesi che si muovono così tanto, nota il PIIE, di solito hanno economie politiche volatili o crisi legate a guerre, difficilmente scossoni del genere si riscontrano per le grandi economie avanzate.
Hendrix, con una buona dose di umorismo, etichetta questo ritorno dello stato azionista negli Stati Uniti come un comportamento “socialista”, ma al di là delle definizioni resta da capire il perchè di questa nuova fase di politica economica. Per l’American Enterprise Institute (AEI) l’interpretazione di questo mutato atteggiamento non è da trovare nella volontà di riproporre una sorta di “statalismo”, ma un modo per rispondere al mutato contesto economico mondiale. Le partecipazioni diventano così uno strumento in più che un’economia aperta può utilizzare per competere con paesi nei quali davvero esiste un capitalismo di Stato.
Ma la questione lascia aperti molti interrogativi, anche ammettendo che esista la necessità espressa dall’AEI. Il Cato Institute segnala, ad esempio, il rischio che si manifesti una distorsione dei mercati dei capitali. Gli investitori, nella ricerca di nuove opportunità, potrebbero iniziare a valutare le imprese anche per il loro rapporto politico con lo Stato. Inoltre, sostiene il Cato Institute, è piuttosto ottimistico l’argomento secondo cui i contribuenti condividono i guadagni derivanti dalle partecipazioni, perché i rendimenti non cambiano il quadro rispetto alla spesa federale.
In un periodo nel quale energia e tecnologia non sono più solo termini economici, ma stanno diventando sempre più strumenti di politica internazionale, la conseguenza più naturale è che gli stati occidentali inizino a considerarli come asset strategici e cerchino, pur conservando l’impronta liberista, di recuperare un minimo di controllo per confrontarsi con chi sul capitalismo di stato ha fondato le sue attuali fortune.
Foto di Dayron Villaverde





