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Debito pubblico europeo, tra l’alert di Mario Draghi e le sue vere dimensioni

Mario Draghi avverte sulle dinamiche del debito pubblico europeo, uno studio del CEPR ci avverte che le cifre complessive sono più alte rispetto a quelle degli indicatori convenzionali.

Sono settimane calde sul fronte del debito pubblico. L’accelerazione dei rendimenti partita dai Treasury statunitensi ha rapidamente coinvolto anche i titoli di stato del vecchio continente, facendo tornare d’attualità il dibattito sulla sostenibilità del debito e sui costi ad esso associati.

Qualche giorno fa, in quel di Zurigo, Mario Draghi ha spiegato che senza ulteriori misure di risanamento o riforme il debito europeo potrebbe raggiungere il 130% del PIL entro il 2040, il 155% ponderando il dato per le dimensioni delle economie. Tagli e imposte, da soli, difficilmente basterebbero a tenerlo sotto controllo: servono, spiega Draghi, crescita e integrazione. E in questo contesto l’aumento del costo del denaro non aiuta: i rialzi dei tassi a breve ridurranno la crescita complessiva di 1,1-1,3 punti percentuali nel triennio 2026-2028.

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Ma accanto ai debiti degli stati membri ne cresce uno decisamente meno conosciuto: è il debito emesso dall’Unione europea per conto dei paesi membri. Tra il 2020 e il 2025 è aumentato di cinque volte in valore assoluto, passando dal 2,9% al 5,4% del PIL dei Paesi UE, e ha raggiunto un livello vicino a quello dei debiti sovrani di Belgio e Paesi Bassi messi insieme. A generarlo sono SURE, NextGenerationEU e, più di recente, SAFE per la difesa. I numeri appena citati sono la base da cui parte l’analisi condotta da Martin Larch e Alice Lucius, recentemente pubblicata dal CEPR.

Quando si parla di debito europeo, ricordano gli autori, bisogna mettersi d’accordo sulle definizioni. Nel dibattito pubblico l’espressione indica di solito, se non diversamente specificato, la somma dei debiti pubblici lordi dei Paesi membri, come registrati nei conti nazionali. Finché l’Unione emetteva poco debito, era un’approssimazione sufficiente, ma con i numeri visti nel paragrafo precedente la situazione è nettamente cambiata.

C’è di più. I prestiti girati agli Stati (SURE e in parte NextGenerationEU) finiscono nel debito nazionale e quindi vengono inglobati nella misura convenzionale: sono rimasti stabili intorno al 3,5% del PIL. Ma c’è una parte che sfugge gli indicatori convenzionali: le sovvenzioni agli Stati e le sovvenzioni e i prestiti ai Paesi non UE, infatti, non rientrano nel computo del debito nazionale. Questa seconda quota è cresciuta con l’avanzamento del Dispositivo per la ripresa e la resilienza, la componente principale di NextGenerationEU, e con il sostegno all’Ucraina finanziato a debito, e vale ormai circa un terzo del debito emesso dall’UE. Il debito complessivo risulta così quasi due punti di PIL più alto di quello convenzionale.

C’è poi il costo. Gli interessi pagati dall’UE sono più che triplicati tra il 2022 e il 2025, a 17,9 miliardi di euro, per effetto sia di maggiori emissioni sia di rendimenti più alti. E le risorse per pagarli, osservano gli autori, arrivano in ultima istanza dagli Stati membri, con nuovi contributi al bilancio comune o con tagli ad altre spese. Mancano, per stringere al massimo, le risorse proprio e questo è uno dei temi al centro del dibattito sul nuovo bilancio comune per il periodo 2028-2034.

Finora l’unico passo concreto sulle risorse proprie è la tassa sulla plastica non riciclata, una voce che è arrivata a coprire il 3% delle entrate nel 2025. La Commissione ha proposto cinque nuove fonti, stimate in 44 miliardi l’anno, circa il 20% delle entrate UE del 2025: coprirebbero gli interessi del debito NextGenerationEU, che secondo una stima del think tank Bruegel – citata dagli autori – toccheranno il picco tra 27 e 32 miliardi nel 2030.

È anche guardando a questi numeri che si deve misurare l’importanza delle prossime scadenze elettorali da qui al 2027. L’Unione è di fronte all’ennesimo bivio, la sua struttura di debito comune poggia su gambe estremamente fragili e l’accordo tra i gli stati membri è l’unica medicina per rafforzarle, prima ancora di quelle suggerite da Mario Draghi.

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