La guerra nel Golfo ha arricchito un campionario di ostacoli al commercio internazionale già piuttosto ingombrante. Ai dazi imposti dall’amministrazione Trump e alle contromisure dei partner commerciali si è aggiunto il tentativo iraniano di trasformare lo Stretto di Hormuz — la via per cui transita quasi un quinto del petrolio mondiale — in una sorta di “casello”, con tanto di pedaggio imposto alle navi in transito, in aperta tensione con il diritto internazionale del mare. Una mossa che, secondo alcuni osservatori, rischia di fare scuola lungo altri snodi strategici della logistica globale.
L’attenzione, in questi casi, si concentra quasi sempre sui prezzi: quanto costerà il barile, quanto si scaricherà sui consumatori. Ma c’è un effetto meno visibile e probabilmente più rilevante per la crescita di lungo periodo: quello sugli investimenti, le fondamenta su cui si costruisce ogni ipotesi di sviluppo economico.
A ricordarcelo è uno studio del CEPR pubblicato settimana scorsa e firmato da un gruppo di ricercatori del Fondo Monetario Internazionale e delle università di Palermo e Toronto. La ricerca si concentra sul misurare quanto le restrizioni commerciali e l’incertezza sulle regole del gioco scoraggino i capitali dall’attraversare i confini ed incidano sui cosiddetti investimenti diretti esteri (IDE).
Lo studio incrocia due indicatori — il MATR, che misura l’intensità delle restrizioni commerciali, e il WTUI, che ne misura l’imprevedibilità — su un campione di flussi bilaterali di IDE tra 243 paesi d’origine e 35 paesi di destinazione, dal 1985 al 2023. Il primo risultato conferma un’intuizione di base: un aumento delle restrizioni commerciali paragonabile, per intensità, all’inasprimento delle barriere non tariffarie introdotto dalla Colombia nel 1995, riduce gli afflussi di IDE del 10% nell’immediato, fino al 15% dopo un anno, con un effetto che resta statisticamente significativo a quattro anni di distanza.
Il secondo risultato è quello che gli autori giudicano più rilevante: l’incertezza pesa molto più delle restrizioni stesse. Un aumento dell’imprevedibilità delle regole commerciali, di entità paragonabile a quella sperimentata dal Regno Unito dopo il referendum sulla Brexit, riduce gli afflussi di IDE del 40% sull’impatto, con un picco del 50% dopo un anno — ed effetti ancora negativi e significativi a cinque anni di distanza. La spiegazione è nella natura stessa degli investimenti diretti esteri: comportano costi sommersi elevati e orizzonti di pianificazione lunghi, due caratteristiche che rendono le imprese particolarmente sensibili a un contesto normativo che cambia in modo imprevedibile, più che a un contesto sfavorevole ma stabile.
Non tutti i flussi di investimento vengono colpiti allo stesso modo. Gli investitori provenienti da economie a basso e medio reddito arretrano più rapidamente, penalizzati da vincoli di finanziamento più stretti e maggiore volatilità macroeconomica. I paesi destinatari con conti capitale aperti subiscono cali più marcati, perché l’apertura consente ritirate più rapide quando il contesto peggiora. Le economie più integrate nelle catene del valore globali risultano le più esposte in assoluto, segno che la frammentazione produttiva amplifica l’impatto della frammentazione commerciale. Una politica fiscale anticiclica e un cambio stabile, al contrario, attutiscono il colpo — un argomento in più per le economie con quadri macroeconomici credibili.
Un ultimo elemento, forse il più scomodo per chi pianifica investimenti: gli shock commerciali non si limitano ad abbassare la media degli afflussi di IDE. Allargano l’intera distribuzione dei possibili esiti, aumentando la probabilità di crolli severi negli investimenti senza intaccare granché i flussi più consistenti. In altre parole, la frammentazione del commercio mondiale non rende solo gli investimenti più rari: li rende anche meno prevedibili, in un circolo che si autoalimenta con l’incertezza stessa che lo origina.
Per gli autori, la conclusione politica è netta: ridurre l’incertezza può valere quanto abbassare le barriere commerciali in sé. Con lo Stretto di Hormuz ancora in cerca di un assetto stabile e i dazi americani lontani da una soluzione definitiva, l’impressione è che sul punto si sia ancora in alto mare.
Foto di hectorgalarza





