Le guerre non finiscono quando tacciono le armi. Finiscono — se finiscono — molto più tardi, quando le istituzioni politiche di un paese ritrovano l’equilibrio che il conflitto ha eroso. È questa la premessa di uno studio pubblicato dal CEPR e curato da Efraim Benmelech (Northwestern University) e João Monteiro (EIEF), che offre un’analisi sistematica e globale del rapporto tra guerra e qualità democratica.
I ricercatori hanno analizzato 115 conflitti in 145 paesi nell’arco degli ultimi 75 anni, incrociando i dati sui conflitti armati con gli indicatori istituzionali del progetto Varieties of Democracy (V-Dem). Il risultato è in parte scontato: l’avvio di un conflitto è associato a un calo immediato della qualità democratica di circa il 3%. Questo calo, però, e qui sta l’emento meno scontato, non si ferma con la fine dei combattimenti. A distanza di dieci anni dall’inizio del conflitto, i paesi coinvolti mostrano livelli democratici inferiori del 13% rispetto a paesi simili rimasti in pace. Un deterioramento che supera l’86% di tutte le variazioni osservate nella storia recente.
Come avviene questo declino? Non attraverso un colpo di stato improvviso, ma con un processo graduale e politicamente orientato: censura dei media, epurazione del sistema giudiziario, riduzione della libertà di associazione, maggiore dipendenza dell’esecutivo dal sostegno militare. Non si tratta di misure necessarie per vincere una guerra — i dati lo escludono chiaramente — ma di opportunità che il conflitto offre ai governi per consolidare il potere, sopprimere il dissenso e ridisegnare le istituzioni in modo difficilmente reversibile.
Ciò che rende lo studio particolarmente interessante è la sua capacità di distinguere i casi. Il deterioramento democratico non è un destino universale: si concentra in tre situazioni specifiche. Primo, nei paesi che affrontano un conflitto per la prima volta, dove i meccanismi di controllo sull’esecutivo sono ancora intatti e quindi vulnerabili. Secondo, nelle guerre civili e nei conflitti interni, non in quelli tra stati. Terzo — e questo è il dato più sorprendente — esclusivamente nei paesi che vincono il conflitto. I perdenti non mostrano lo stesso pattern: la vittoria rafforza i leader al punto da consentire riforme istituzionali che in tempo di pace sarebbero impensabili.
La lezione che emerge non è che la guerra distrugga necessariamente la democrazia. È che la sua resilienza dipende dalla solidità dei vincoli politici preesistenti, non dall’assenza del conflitto in sé. In un momento storico in cui i conflitti armati si moltiplicano, capire quando e perché la guerra diventa un’anticamera all’autoritarismo è una questione che riguarda tanto la politica quanto l’economia.







