C’è un paradosso interessante che emerge dall’ultimo rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro: sulla carta, il mercato del lavoro globale sembra reggere bene. La disoccupazione è stabile al 4,9%, l’occupazione cresce. Eppure, sotto questa apparente stabilità, si nasconde una realtà molto più complessa e preoccupante.
Il problema, come spiega il report “Employment and Social Trends 2026” dell’ILO, è che questa stabilità è solo superficiale. Pensateci: avere un lavoro non significa automaticamente avere un buon lavoro. E qui sta il punto cruciale. Mentre si è tentati di celebrare cifre di occupazione rassicuranti, la qualità del lavoro ha smesso di migliorare. Anzi, in molti casi sta regredendo.
I numeri parlano chiaro, e sono impressionanti. Ci sono 408 milioni di persone che vorrebbero lavorare ma non riescono a trovare un’occupazione. Non stiamo parlando solo di disoccupati ufficiali, ma anche di persone scoraggiate che hanno smesso di cercare, o di chi è temporaneamente non disponibile. È come se l’intera popolazione degli Stati Uniti fosse fuori dal mercato del lavoro.
Ma c’è di più. Quasi 300 milioni di lavoratori vivono in condizioni di povertà estrema, guadagnando meno di 3 dollari al giorno. Sì, avete letto bene: hanno un lavoro, ma questo non basta nemmeno a garantire la sopravvivenza. E la situazione dell’economia informale è altrettanto allarmante, con 2,1 miliardi di persone che lavorano senza alcuna protezione sociale, senza diritti, senza sicurezza.
I giovani sono tra i più colpiti da questa crisi silenziosa. La disoccupazione giovanile ha raggiunto il 12,4%, più del doppio della media generale. Ma il dato più preoccupante è un altro: circa 260 milioni di giovani non studiano né lavorano. È un’intera generazione a rischio di rimanere ai margini del mercato del lavoro, con conseguenze che si ripercuoteranno per decenni.
Il rapporto evidenzia anche come le disuguaglianze di genere rimangano profondamente radicate. Le donne rappresentano solo due quinti dell’occupazione globale e hanno una probabilità inferiore del 24,2% di partecipare alla forza lavoro rispetto agli uomini. Nonostante qualche progresso nelle posizioni qualificate, le barriere strutturali restano solidissime.
C’è poi la questione della produttività. Nei paesi a basso reddito, la crescita della produttività è così debole che impedisce qualsiasi miglioramento reale delle condizioni di vita. Questi paesi stanno creando posti di lavoro – l’occupazione dovrebbe crescere del 3,1% nel 2026 – ma sono lavori di bassa qualità che non portano a nessuno sviluppo concreto.
Il direttore generale dell’ILO, Gilbert Houngbo, ha sintetizzato bene il problema: “Le cifre di crescita resiliente e disoccupazione stabile non devono distrarci dalla realtà più profonda: centinaia di milioni di lavoratori restano intrappolati nella povertà, nell’informalità e nell’esclusione”.
La lezione? Dobbiamo guardare oltre i titoli rassicuranti. Un mercato del lavoro “stabile” non è necessariamente un mercato del lavoro giusto. E finché non affronteremo le questioni strutturali – dalla qualità del lavoro alle disuguaglianze, dalla protezione sociale alla produttività – continueremo a costruire una ripresa economica sulla sabbia.
Foto di Silviu on the street







