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FMI sulla Cina: cresce il PIL, ma serve un cambio di rotta

La Cina si trova a un bivio. I numeri della crescita rimangono solidi, ma il modello che ha funzionato negli ultimi decenni sta mostrando crepe sempre più evidenti. Il messaggio del FMI è tanto semplice quanto impegnativo: è ora di ripensare la strategia di crescita, mettendo al centro i consumi interni e affrontando i nodi strutturali.


Il Fondo Monetario Internazionale ha appena concluso la sua revisione annuale dell’economia cinese, e il messaggio è chiaro: la Cina sta reggendo bene, ma è arrivato il momento di cambiare strategia. Un’analisi che arriva in un momento delicato, con le tensioni commerciali globali in aumento e un modello di crescita che inizia a mostrare evidenti limiti.

Il FMI ha alzato le sue stime di crescita per la Cina: il PIL dovrebbe crescere del 5% nel 2025, rispetto al precedente 4,8% stimato. Un segnale di resilienza notevole, considerando le difficoltà che il paese sta attraversando. Anche per il 2026 le previsioni migliorano, passando dal 4,2% al 4,5%.

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Kristalina Georgieva, direttrice del FMI, ha riconosciuto che l’economia cinese ha dimostrato “una resilienza notevole nonostante i molteplici shock degli ultimi anni”. Ma è proprio qui che arriva la doccia fredda: questa resilienza si basa su fondamenta che stanno diventando sempre più fragili.

La Cina ha appena registrato un surplus commerciale di mille miliardi di dollari per la prima volta nella sua storia. Un record che però suona più come un campanello d’allarme che come un successo. Il paese sta contribuendo fino al 40% della crescita economica globale, ma lo fa principalmente attraverso le esportazioni, non grazie ai consumi interni. Il Fondo nel suo report è stato diretto: “Per un’economia grande come quella cinese, generare crescita attraverso le esportazioni è semplicemente diventato insostenibile”. La pressione dei partner commerciali sta aumentando, soprattutto con l’amministrazione Trump che minaccia nuovi dazi. Continuare su questa strada rischia di alimentare ulteriormente le tensioni commerciali globali.

La soluzione proposta dal Fondo richiede un cambio di paradigma. Pechino deve accelerare la transizione verso un modello economico basato sui consumi interni, un obiettivo che in realtà i leader cinesi perseguono da anni, ma con risultati finora modesti. Georgieva ha parlato di misure “più urgenti e decise” per stimolare la domanda interna. In pratica, il FMI suggerisce di rafforzare il sistema di protezione sociale, soprattutto nelle aree rurali, dove un maggiore supporto potrebbe aumentare i consumi fino a 3 punti percentuali del PIL nel medio termine. L’inflazione, attualmente prossima allo zero, potrebbe così salire a un più sano 0,8% nel 2025.

C’è poi la questione del settore immobiliare, che continua a rappresentare un peso significativo per l’economia. Il FMI stima che la Cina dovrebbe investire circa il 5% del PIL nei prossimi tre anni per “risolvere con decisione” i problemi del settore. Georgieva è stata particolarmente schietta sul tema degli sviluppatori in difficoltà: “Li chiamiamo zombie. Bene, lasciamo che gli zombie se ne vadano”. Il messaggio è chiaro: serve una pulizia del settore, permettendo alle aziende non più sostenibili di uscire dal mercato, completando gli appartamenti pre-venduti e alleggerendo il peso sul sistema finanziario.

Altri due temi caldi hanno dominato l’analisi del FMI. Il primo riguarda lo yuan: secondo il Fondo, la valuta cinese è debole in termini reali a causa della bassa inflazione del paese rispetto ai suoi partner commerciali. La raccomandazione è di permettere una maggiore flessibilità del tasso di cambio, lasciando che rifletta meglio i fondamentali economici.

Il secondo è il debito dei governi locali, una bomba a orologeria che continua a ticchettare. Il FMI sottolinea la necessità di una ristrutturazione del debito insostenibile e di una gestione fiscale più rigorosa nel medio termine.

Foto di Petrick Liu

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