L’OPEC+ ha sorpreso i mercati con una mossa che potrebbe segnare un vero e proprio cambio di rotta. Domenica scorsa, durante una videoconferenza, i membri chiave del gruppo guidato dall’Arabia Saudita hanno deciso di mettere in pausa gli aumenti di produzione durante il primo trimestre del 2026. Prima di congelare completamente la produzione tra gennaio e marzo, però, il cartello procederà con un ultimo incremento di 137.000 barili al giorno il prossimo mese.
Quella di inizio 2026 sarà la prima interruzione della produzione dallo scorso aprile, e la tempistica dice molto sullo stato del mercato petrolifero. Se è vero che il primo trimestre dell’anno è tradizionalmente un periodo di domanda più debole, è anche vero che questa pausa riflette crescenti preoccupazioni che vanno ben oltre la semplice stagionalità e rimette in discussione la sostenibilità economica di una strategia di mantenimento delle quote di mercato.
Lo abbiamo raccontato già altre volte, ma riassumiamo la situazione. Il mercato del greggio sta attraversando una fase particolarmente complessa. Il Brent è sceso del 13% quest’anno, scivolando sotto i 65 dollari al barile venerdì scorso. Le pressioni arrivano da più direzioni: da un lato c’è la domanda cinese in rallentamento – la Cina è il principale consumatore mondiale – dall’altro un’offerta che sta crescendo rapidamente nelle Americhe. L’Agenzia Internazionale per l’Energia ha lanciato un allarme piuttosto chiaro: l’offerta mondiale potrebbe superare la domanda di oltre 3 milioni di barili al giorno già nel trimestre corrente, con un surplus senza precedenti previsto per il prossimo anno.
Di fronte a previsioni così forti e convergenti, il blocco dei paesi produttori sembra essersi dovuto piegare a un maggior pragmatismo. Riassume in maniera ineccepibile il concetto Jorge Leon di Rystad Energy, che in passato ha lavorato nel Segretariato OPEC. Intervistato dall’agenzia Bloomberg, Leon ha dichiarato che “l’OPEC+ sta cedendo, ma è una cessione calcolata. Le sanzioni ai produttori russi hanno aumentato il livello di incertezza nelle previsioni sull’offerta.”
Wall Street ha accolto positivamente la decisione. Morgan Stanley ha reagito rivedendo al rialzo le sue previsioni sul Brent, portandole a 60 dollari al barile per la prima metà del 2026 dai precedenti 57,50 dollari. Il surplus dovrebbe stabilizzarsi nella seconda metà del 2027, con i prezzi che potrebbero risalire verso i 65 dollari in quel periodo.
Gli analisti della banca d’affari statunitense sottolineano anche due elementi chiave per capire la criticità del mercato del petrolio.
Il primo è che esiste un divario sostanziale tra ciò che l’OPEC+ annuncia e ciò che effettivamente produce. Morgan Stanley stima che la produzione del gruppo sia aumentata di soli 500.000 barili al giorno tra marzo e ottobre, molto al di sotto dei 2,6 milioni di barili al giorno di incrementi di quota annunciati. Alcuni membri stanno compensando precedenti sovrapproduzione mentre altri semplicemente faticano ad aumentare la produzione, limitando di fatto l’impatto sul mercato.
Del resto lasciar scivolare i prezzi sta diventando molto costosto. In Arabia Saudita, ad esempio, il deficit di bilancio del regno si è approfondito nel terzo trimestre dell’anno fiscale, costringendo il governo a ridimensionare la spesa su alcuni progetti di trasformazione economica.
L’altro elemento interessante riguarda gli Stati Uniti dove la profittabilità del settore risente dei maggiori costi di estrazione. Le imprese del settore shale hanno avvertito che, con gli investimenti in calo, l’industria sta raggiungendo un “punto di svolta” e si prevede che la produzione statunitense si fermerà nel 2026.
Un appuntamento cruciale per capirne qualcosa di più sarà quello del 30 novembre prossimo, quando l’intera alleanza OPEC+ di 22 nazioni si riunirà per rivedere i livelli di produzione per il 2026.
Foto di Talpa







