Quando parliamo di cambiamento climatico siamo abituati a immaginare un grande rischio condiviso, una minaccia che incombe su tutti in maniera uniforme. Ma la realtà è molto diversa: le conseguenze non si distribuiscono in modo equo e alcuni Paesi sono molto più vulnerabili di altri. È quanto emerge dal nuovo studio di Matteo Ferrazzi, Fotios Kalantzis e Sanne Zwart, pubblicato dal CEPR e intitolato “Uneven vulnerabilities: A global index of climate risk for countries”.
Il risultato della ricerca è un indice climatico che copre oltre 170 nazioni e che misura, con criteri comparabili, due dimensioni fondamentali: i rischi fisici e i rischi di transizione. I primi riguardano i danni diretti causati da eventi estremi o da fenomeni cronici come siccità, ondate di calore, erosione costiera o perdita di produttività agricola. I secondi invece hanno a che fare con i costi economici e sociali del passaggio a un’economia a basse emissioni: la dipendenza dai combustibili fossili, il grado di sviluppo delle energie rinnovabili, la solidità delle politiche climatiche nazionali.
Guardando ai dati, il quadro che emerge è netto. I Paesi emergenti e in via di sviluppo risultano i più esposti agli impatti fisici. Non solo sono più frequentemente colpiti da eventi estremi, ma hanno anche meno strumenti economici e istituzionali per adattarsi. In altre parole, lo stesso danno che per un’economia avanzata può essere assorbito senza eccessivi contraccolpi, per un Paese con risorse limitate può tradursi in una perdita enorme in rapporto al PIL. Il calore estremo che riduce i raccolti, o le inondazioni che distruggono infrastrutture fragili, hanno un peso sproporzionato laddove la capacità di resilienza è minore.
Il rischio di transizione, invece, colpisce soprattutto le economie avanzate e quelle che basano gran parte della loro ricchezza sulle fonti fossili. Qui la vulnerabilità deriva non tanto dagli eventi climatici in sé, quanto dal rischio di trovarsi impreparati nel processo di decarbonizzazione. Paesi ricchi di risorse petrolifere o con industrie ad alta intensità energetica possono vedere rapidamente erodersi i propri margini di crescita se non diversificano e se non investono con decisione in energie pulite.
Questa doppia mappa delle vulnerabilità ha implicazioni profonde. Da un lato, i Paesi più poveri hanno bisogno urgente di sostegno per rafforzare l’adattamento e la resilienza, perché non possono permettersi di pagare da soli un prezzo così alto. Dall’altro, le economie avanzate devono affrontare senza esitazioni la sfida della transizione, evitando di rimandare scelte che diventeranno sempre più costose nel tempo.
Lo studio ci ricorda che il cambiamento climatico rimane un problema esistenziale per l’economia mondiale. Una questione complicata anche per la differenziazione dei suoi effetti. Tematiche che saranno al centro della prossima COP30 in Brasile, un appuntamento critico, soprattutto in un periodo storico nel quale il tema del climate change sembra scivolare sempre più indietro nella lista delle priorità dei governi.
Illustrazione di Gerd Altmann







