Sfondo scuro Sfondo chiaro

Dazi e occupazione: la scommessa del manifatturiero USA tra teoria, catene globali e congiuntura

Tra promesse di “reindustrializzazione” e realtà delle catene globali, un nuovo studio mostra come i dazi ridisegnino l’occupazione manifatturiera, tra benefici di lungo periodo e contraccolpi immediati.

Negli ultimi anni, diversi studi hanno mostrato come i dazi abbiano effetti complessi e spesso controintuitivi. Flaaen e Pierce (2024) hanno documentato che i dazi su acciaio e alluminio nella prima guerra commerciale hanno ridotto l’occupazione nel manifatturiero, perché hanno reso più costosi gli input intermedi. Itskhoki e Mukhin (2025) hanno dimostrato che, dal punto di vista teorico, le tariffe sono uno strumento inefficace per aumentare l’occupazione industriale, e che l’“ottimo” tariffario è in realtà più basso di quanto molti politici immaginino. Altri lavori, come quello di Cuba-Borda et al. (2025), hanno sottolineato il legame tra shock commerciali e dinamiche inflazionistiche persistenti.

A questo dibattito si aggiunge ora l’interessante working paper di Joseph Steinberg, dal titolo Tariffs, Manufacturing Employment, and Supply Chains. Usando un modello dinamico di equilibrio generale, calibrato sulle tavole input-output OCSE del 2020, lo studio mostra un quadro ricco di sfumature. Dazi permanenti possono, in effetti, far crescere l’occupazione nel settore manifatturiero nel lungo periodo, ma a caro prezzo: nel breve periodo la perdita di posti è significativa, e la riallocazione tra settori spesso più forte dell’aumento complessivo.

Pubblicità

Il modello distingue quattro aree chiave della manifattura, focalizzandosi su una delle caratteristiche chiave per comprendere gli effetti delle politiche protezionistiche, vale a dire l’elasticità della domanda e della supply chain. Le aree sono: “oil” (beni a monte ad alta elasticità, come petrolio e derivati), “steel” (beni a monte a bassa elasticità, come chimica e metalli), “toys” (beni a valle ad alta elasticità, come tessile ed elettronica) e “cars” (beni a valle a bassa elasticità, come auto e macchinari). La lezione è chiara: i dazi funzionano solo in contesti specifici. Colpire i settori downstream ad alta elasticità – i “toys” – porta a un aumento dell’occupazione fino al +3% nel lungo periodo, perché le importazioni sono facilmente sostituibili da prodotti nazionali. Colpire invece settori come l’auto riduce l’occupazione di quasi il 2%, perché la sostituzione con produzioni domestiche è più difficile e le interconnessioni di filiera sono più pesanti.

Il prezzo da pagare è macroeconomico: in tutti gli scenari in cui cresce l’occupazione manifatturiera, il PIL reale si riduce. E se nel lungo termine i numeri sono più favorevoli, nel breve il quadro è doloroso: l’occupazione cala subito e resta depressa per anni, prima di tornare a crescere. Da qui la definizione che Steinberg adotta implicitamente: “short-term pain for long-term gain”.

Questo tipo di analisi va letto anche alla luce della congiuntura attuale. L’ISM manifatturiero è sceso negli ultimi mesi sotto quota 50, segnalando contrazione del settore. L’indice CFNAI, che misura l’attività economica complessiva, oscilla intorno allo zero, a indicare una crescita sotto trend. E il sondaggio della Fed di Philadelphia, spesso usato come termometro della manifattura regionale, ha mostrato un rallentamento negli ordini e nell’occupazione. In altre parole, le difficoltà del settore non sono un ricordo del passato, ma una realtà viva che dà urgenza al dibattito sulle politiche commerciali.

C’è infine la questione politica. Se i dazi possono portare qualche beneficio sull’occupazione nel lungo termine, il conto immediato in termini di crescita e consumi – spesso pagato dalle famiglie a reddito più basso – rischia di diventare terreno di scontro. Lo studio lo ricorda chiaramente: la reindustrializzazione non è mai un pranzo gratis, e i dazi spostano più lavoratori da un settore all’altro di quanti ne riportino davvero in fabbrica.

La promessa di “ricostruire” la manifattura americana resta quindi una scommessa ad alto rischio: nel breve periodo è più probabile vedere disoccupazione e prezzi più alti, che non nuove linee di produzione nel Midwest. La vera domanda, conclude Steinberg, è se il prezzo politico ed economico di questa strategia valga il guadagno occupazionale, distante e incerto, di un domani.

Illustrazione di Gerd Altmann

Resta aggiornato

Gli ultimi articoli di Ekonomia.it direttamente nella tua casella mail. Iscriviti qui sotto.
I dati trasmessi attraverso questo modulo sono trattati secondo la nostra privacy policy, in linea con la normativa vigente. Per nessun motivo verranno ceduti a terze parti o utilizzati per l'invio di messaggi di natura commerciale.
Post precedente

Gran Bretagna, inflazione stabile e ancora elevata ad agosto 2025

Post successivo

3 spunti interessanti dalla decisione della Fed di tagliare i tassi

Pubblicità