L’OPEC+ chiama ma il prezzo del petrolio non risponde

Torna a farsi sentire la voce dell’OPEC+ ma questa volta l’effetto sul prezzo del petrolio è stato, al momento, molto limitato. E’ il segnale di un mercato, quello del greggio, sempre più complicato da gestire tra nuovi equilibri fra i paesi produttori e troppe transazioni gestite da algoritmi.

Mercoledì scorso l’OPEC+, l’organizzazione che raccoglie alcuni tra i principali produttori di petrolio al mondo, tra cui l’Arabia Saudita e la Russia, ha deciso di tagliare ulteriormente la produzione giornaliera di petrolio per un totale di 1 milione di barili in meno. Separatamente l’Arabia Saudita ha confermato la decisione di estendere anche al 2024 un taglio volontario di pari portata. L’obiettivo è come al solito quello di mantenere un adeguato (per i produttori) livello dei prezzi e controbilanciare il crescente surplus di offerta che si sta generando sul mercato internazionale.

In altri tempi la reazione dei mercati sarebbe stata immediata, ma questa volta qualcosa sta andando in maniera differente. Il giorno dell’annuncio, dopo un iniziale movimento al rialzo, la quotazione del petrolio WTI a New York ha chiuso a 75.31 dollari al barile, in calo del 3.4% rispetto al giorno precedente.

Le motivazioni di questo “strano” comportamento sembrano essere sostanzialmente due. Da un lato gli analisti attendono di capire i dettagli dell’accordo. Dettagli che al momento non sono stati resi noti. Dall’altro lato le forze in campo sul fronte dell’estrazione del petrolio sono cambiate. Secondo i dati dell’IEA il deficit atteso per il quarto trimestre del 2023 sarà di circa 900mila barili al giorno, il 30% in meno di quanto stimato in precedenza. Se la domanda di greggio rimane brillante (verso il record di 102 milioni di barili al giorno), anche l’offerta di greggio è cresciuta oltre le attese. E questo è l’effetto del maggior peso acquisito da produttori esterni all’OPEC+: i paesi sudamericani (con la parziale “redenzione” del Venezuela), Stati Uniti e Canada. I produttori occidentali, secondo le ultime stime citate dall’agenzia Bloomberg, aggiungeranno alla produzione mondiale qualcosa come 1.6 milioni di barili al giorno in più. Numeri sufficienti a controbilanciare i tagli da parte dell’OPEC+ limitandone così l’influenza sul prezzo del petrolio . Anzi, per azzerare l’effetto della maggior produzione sul fronte occidentale, il blocco orietale – chiamiamolo impropriamente così – dovrebbe riflettere su taglio della produzione molto più corposo.

Ma attenzione, la storia non è così lineare come sembra. E maneggiare barili di petrolio sui mercati finanziari può essere molto pericoloso. La “colpa” sembra essere nella enorme espansione delle contrattazioni gestite direttamente da algoritmi. Uno studio di Bridgeton Research Group – riportato dall’agenzia Bloomberg – ci dice che nel 2023 l”incidenza dei commodity trading advisors (CTA, gli algoritmi) nelle contrattazioni sul petrolio negli USA è più che raddoppiata rispetto all’anno precedente, ed è ai massimi dal 2017. Nell’ultimo rally primaverile sono ben 7 i dollari di rincaro imputabili alla speculazione messa in atto dalla gestione automatizzata dei CTA. Numeri che in altri termini significano maggiore volatilità dei prezzi e quindi, per gli investitori, maggiori rischi.

Foto di Retina Creative

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