Inflazione, aspettative e mercati finanziari

C’è un filo sottile che collega inflazione, aspettative e mercati finanziari. Una relazione che si è manifestata nei giorni scorsi con i titoli tecnologici penalizzati sui listini americani.

In economia il fenomeno dell’inflazione è considerato una lama a doppio taglio. Da un lato la crescita moderata dei prezzi nel tempo è sinonimo di un sistema economico in salute, che migliora nel tempo ed insegue una crescita sostenibile di lungo periodo. Dall’altro lato, quando i prezzi iniziano a salire troppo velocemente, scatta un campanello d’allarme: l’economia si surriscalda ed il suo ritmo di crescita rischia di diventare insostenibile; perchè i salari crescono troppo e perchè, chiamata in causa, la banca centrale inizia ad alzare i tassi di interesse ed a ridurre la liquidità presente nel sistema.

L’inflazione un po’ come il vino si potrebbe dire: un paio di bicchieri a pasto vanno bene, ma quando si inizia ad esagerare… Tra chi presta molta attenzione alle dinamiche dei prezzi ci sono sicuramente i mercati finanziari. Quello obbligazionario certamente, per il famoso rapporto inverso tra tassi di interesse e prezzo delle obbligazioni, ma anche quello azionario si rivela molto sensibile alle tematiche legate all’inflazione. Perchè?

La motivazione principale sta, ancora una volta, nel ruolo centrale che le aspettative giocano sulle decisioni di chi opera sui mercati finanziari, e se l’inflazione tende a salire molto ci si aspettano due conseguenze principali: che la banca centrale intervenga alzando i tassi di interesse e che i consumi tendano a scendere visti i prezzi crescenti di beni e servizi.

Partiamo dalla seconda aspettativa. Come stiamo vedendo anche in queste settimane, i primi segnali di una crescita dei prezzi arrivano dalle materie prime e dai prezzi dei beni che le aziende utilizzano per realizzare i loro prodotti. Di conseguenza le aziende, per mantenere i loro livelli di profitto, aumentano i prezzi di vendita. Al nuovo livello di prezzi diminuisce il consumo e quindi calano i ricavi e di conseguenza i profitti. Un’inflazione che sale troppo mette a rischio i profitti futuri delle imprese e se il valore delle azioni non è altro che una attualizzazione della loro capacità di generare profitti (e utili) nel futuro, allora i prezzi delle azioni tenderanno a scendere.

Ma non per tutte le azioni il meccanismo funziona allo stesso modo. Anche qui l’esperienza di questi giorni ci sta dicendo qualcosa: i tecnologici pagano un conto più salato di fronte a prospettive di inflazione in forte salita.

Qui entra in gioco l’altra grande aspettativa degli investitori, vale a dire l’aumento dei tassi di interesse da parte della banca centrale. Vediamo di capire meglio il meccanismo.

Innanzitutto occorre ricordare che gli investitori sono alla ricerca di aziende che generino profitti e quindi utili da distribuire. Un ottimo indicatore della capacità di un’azienda di garantire un ritorno all’azionista è il flusso di cassa, vale a dire – in semplificazione assoluta – la liquidità generata dal business aziendale.

Uno dei metodi utilizzati per valutare una società è il discounted cash flow, vale a dire un sistema di calcolo che permette di quantificare, in valore attuale, i flussi di cassa che una società riuscirà a generare in futuro. L’attualizzazione, vale a dire la formula matematica che permette di calcolare quanto vale ora un determinato quantitativo di denaro che si riceverà in futuro, prende i vari flussi previsti negli anni futuri e li sconta ad un determinato tasso di interesse (ad esempio il rendimento dei T-Bond a 10 anni). Più il tasso di interesse è alto e più i flussi di cassa lontani nel tempo avranno un valore attuale basso.

Tornando alla valutazione di una società quotata, possiamo dire che più aumentano i tassi di interesse (conseguenza di una alta inflazione) e più il valore attualizzato dei flussi di cassa garantiti da una società diminuisce.

Questo meccanismo penalizza in particolar modo i titoli tecnologici e questo per la loro struttura di business. Si tratta infatti di società che investono molto nella loro capacità di generare profitti nel lungo termine, con flussi di cassa che partendo da zero crescono nel tempo. Ricordando la regoletta precedente sappiamo che più i tassi di interesse salgono e più i flussi di cassa lontani nel tempo hanno un valore attuale basso. Ecco perchè di fronte ad un’aspettativa di inflazione in forte salita diminuisce la valutazione dei titoli growth (in larga parte rappresentati dai tecnologici) che, di conseguenza, tendono a soffrire in borsa.

Da tutto ciò derivano altre due interessanti relazioni. La prima è che, ovviamente, di fronte a prospettive di tassi in discesa o di tassi bassi per lungo tempo i tecnologici acquistano brillantezza sui listini azionari. La seconda è che i titoli value, caratterizzati da flussi di cassa che crescono poco nel tempo ma che sono “sostanziosi” anche nel breve termine, performano meglio in presenza di ipotesi di tassi di interesse in salita e di alta inflazione.

Foto di Ahmad Ardity

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