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La fuga di cervelli dagli Stati Uniti potrebbe costare centinaia di miliardi

La fuga di cervelli dagli Stati Uniti potrebbe costare centinaia di miliardi

Le politiche restrittive su studenti internazionali e visti per lavoratori qualificati potrebbero costare all’economia americana fino a 481 miliardi di dollari l’anno entro un decennio. Mentre Washington chiude le porte, Bruxelles, Londra, Parigi e Ottawa hanno aperto programmi miliardari per attrarre i talenti in fuga.

Dal 2025 l’amministrazione statunitense ha messo in atto una serie di misure che hanno ridotto in modo sistematico l’ingresso e la permanenza di studenti internazionali nelle università americane: rallentamento nell’emissione dei visti, restrizioni sui percorsi di lavoro post-laurea, una tassa da 100.000 dollari sui nuovi visti H-1B per lavoratori qualificati. Il risultato, secondo i dati più recenti, è un calo di circa un terzo nell’emissione di visti per studenti rispetto ai livelli normali.

Un policy brief del Peterson Institute for International Economics firmato da Michael Clemens, Jeremy Neufeld e Amy Nice prova a tradurre questo cambiamento in termini economici precisi. Il punto di partenza è un dato spesso sottovalutato: il 30% di tutti i lavoratori STEM (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica) negli Stati Uniti è nato all’estero, percentuale che sale al 49% tra chi possiede un dottorato. Una quota rilevante di questi lavoratori — il 19% dell’intera forza lavoro STEM qualificata, il 35% tra i dottorati — è arrivata negli Stati Uniti proprio come studente internazionale, per poi rimanere nel paese dopo la laurea.

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Gli autori simulano l’effetto di una riduzione permanente di un terzo nei flussi storici di laureati STEM stranieri dalle università americane. Il risultato: la forza lavoro qualificata STEM si ridurrebbe del 6,2% nel complesso, dell’11,5% tra i dottorati. Poiché la letteratura economica stima che ogni punto percentuale aggiuntivo di lavoratori STEM stranieri qualificati nella forza lavoro alzi la crescita annua della produttività totale dei fattori di 0,27-0,54 punti percentuali, la conseguenza finale sul PIL reale degli Stati Uniti sarebbe una perdita compresa tra 240 e 481 miliardi di dollari l’anno entro un decennio — una cifra paragonabile all’intera economia di uno stato di medie dimensioni. Gli autori sottolineano che si tratta di una stima conservativa: non include gli effetti sulle nuove imprese mai fondate, le scoperte scientifiche mai realizzate, la leadership industriale persa.

Mentre Washington restringe l’accesso, il resto del mondo si muove in direzione opposta. La Commissione Europea ha lanciato a maggio 2025 il programma Choose Europe for Science, con una dotazione tra 500 e 565 milioni di euro destinata ad attrarre ricercatori internazionali, affiancata da iniziative nazionali in Francia, Germania e Paesi Bassi. Il Regno Unito ha stanziato 54 milioni di sterline per un programma analogo. Il Canada ha approvato 1,7 miliardi di dollari canadesi su tredici anni per reclutare oltre mille ricercatori internazionali d’eccellenza, con una corsia preferenziale dedicata proprio ai detentori di visti H-1B in uscita dagli Stati Uniti. Anche la Cina ha introdotto un visto specifico — il “visto K” — riservato a laureati stranieri in discipline scientifiche e tecnologiche.

Per l’Italia e per l’Unione Europea la domanda che si apre non è soltanto se la fuga di talenti dagli Stati Uniti sia un’opportunità da cogliere, ma se le strutture di accoglienza — finanziamento alla ricerca, tempi di rilascio dei permessi, retribuzioni accademiche, percorsi di carriera — siano davvero competitive rispetto a quanto stanno mettendo in campo concorrenti più rapidi e meglio finanziati, dal Canada alla Cina. La torta in palio si misura in centinaia di miliardi di dollari di crescita futura.

Foto di cytis

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