Immaginate di trasferirvi da Bangalore a San Francisco. Quanto aumenterebbe il vostro stipendio? E soprattutto, questo aumento dipenderebbe davvero dalla città in cui lavorate, o semplicemente dal fatto che San Francisco attrae i professionisti più bravi? Un nuovo studio del National Bureau of Economic Research ha cercato di rispondere a questa domanda analizzando le carriere di 513 milioni di lavoratori in 220.000 città di tutto il mondo.
La risposta è chiara: le città contano, eccome. Quando qualcuno si trasferisce da un paese all’altro, il 93% della differenza salariale tra le due città si traduce in un aumento reale dello stipendio. Se Bangalore paga in media la metà di San Francisco, chi si sposta vedrà quasi raddoppiare il proprio reddito. All’interno dello stesso paese gli effetti sono più contenuti ma comunque sostanziali: tra il 45% e il 73% della differenza salariale tra città è dovuta al luogo stesso, non solo alle caratteristiche dei lavoratori.
Come hanno fatto i ricercatori a distinguere tra l’effetto della città e quello del talento individuale? Hanno seguito le persone che si trasferivano, osservando cosa succedeva ai loro stipendi prima e dopo il trasloco. Il fatto che non ci siano cali di reddito prima del trasferimento esclude che le persone si muovano per disperazione. E il fatto che chi va da New York a Omaha perda tanto quanto chi fa il percorso inverso guadagni conferma che non si tratta di casi isolati.
Ma perché alcune città sono più produttive? Lo studio identifica alcuni fattori chiave. Le città più grandi e con economie più diversificate pagano meglio. Quelle con più lavori specializzati e qualificati offrono opportunità migliori. Fin qui, nulla di sorprendente. La scoperta più interessante riguarda però come i lavoratori si distribuiscono tra le aziende.
Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, le città più produttive hanno una caratteristica comune: più lavoratori sono impiegati nelle aziende migliori e più efficienti. È come se queste città fossero più brave ad abbinare le persone giuste ai posti giusti. In India e Messico, invece, questo meccanismo funziona molto peggio. Anche nelle città teoricamente produttive, troppo pochi lavoratori finiscono nelle aziende migliori, abbassando la produttività complessiva.
I paesi poveri mostrano anche una dispersione molto maggiore nella produttività delle loro città. Questo significa che i guadagni potenziali dalla migrazione interna sono enormi. Se l’India riorganizzasse la distribuzione della popolazione tra le città per imitare il modello americano, i salari medi crescerebbero del 2,3% all’anno. Se poi migliorasse anche l’allocazione dei lavoratori alle aziende giuste all’interno delle città, l’aumento arriverebbe al 4,3%.
Per mettere questi numeri in prospettiva: stiamo parlando di circa 200 dollari in più all’anno per lavoratore in India, semplicemente aiutando le persone a trasferirsi nelle città più produttive. Sembra poco, ma moltiplicato per centinaia di milioni di lavoratori diventa un impatto macroeconomico significativo.
Lo studio ha implicazioni pratiche importanti. Nei paesi in via di sviluppo, ridurre le barriere alla mobilità interna potrebbe generare crescita economica sostanziale. Non si tratta solo di costruire strade o infrastrutture, ma anche di eliminare ostacoli burocratici, migliorare l’informazione sul mercato del lavoro e facilitare l’accesso agli alloggi nelle città più dinamiche.
La ricerca suggerisce anche che investire nel funzionamento efficiente dei mercati del lavoro locali può essere altrettanto importante quanto facilitare la migrazione tra città. Se le città riuscissero a far sì che più persone lavorino nelle aziende dove sarebbero più produttive, i benefici si amplificherebbe notevolmente.
Foto di neufal54







