La settimana che si chiude il 22 novembre ha regalato ai mercati finanziari momenti di grande interesse, con notizie che spaziano dall’importante promozione dell’Italia da parte di Moody’s alle visioni futuristiche sui datacenter spaziali per l’intelligenza artificiale, passando per tensioni geopolitiche in Asia e risultati trimestrali da record per i colossi tech. Vediamo insieme cosa è successo nei principali scenari economici globali.
Italia, dopo 23 anni di attesa Moody’s ci promuove
Venerdì 21 novembre 2025 rimarrà una data da ricordare per i conti pubblici italiani. Dopo 23 anni di attesa, Moody’s ha finalmente alzato il rating sovrano dell’Italia da Baa3 a Baa2, con l’outlook che passa da positivo a stabile. L’ultima volta che l’agenzia aveva migliorato il giudizio sul nostro Paese risaliva al maggio 2002, quando il rating era passato da Aa3 ad Aa2.
Le motivazioni che hanno portato a questa decisione sono molteplici e significative. L’agenzia ha riconosciuto innanzitutto la comprovata continuità di stabilità politica ed economica, un fattore tutt’altro che scontato nel panorama italiano degli ultimi decenni. Particolare enfasi è stata posta sull’efficacia delle riforme del PNRR, con l’Italia che si distingue come il Paese dell’Unione Europea più avanzato nell’implementazione del piano. Moody’s vede inoltre concrete prospettive di ulteriori interventi a sostegno della crescita e del risanamento dei conti pubblici anche dopo la scadenza del piano, prevista per agosto 2026.
I numeri parlano chiaro: il deficit dovrebbe attestarsi al 3% già nel 2025, in netto miglioramento rispetto al 3,4% del 2024, con l’obiettivo di scendere al 2,8% nel 2026. Sul fronte del debito pubblico, le previsioni indicano un calo dal 136,5% del PIL del 2025 fino a “poco sopra il 130%” entro il 2034. Un dato particolarmente significativo riguarda lo spread BTP-Bund, che oscilla ormai stabilmente intorno ai 75 punti base, allo stesso livello della Francia.
Questa promozione arriva dopo una serie di upgrade da parte di altre agenzie di rating: S&P in primavera, Fitch a settembre e DBRS a ottobre. Moody’s, tradizionalmente la più prudente tra le grandi agenzie, conferma così la ritrovata fiducia nei conti italiani. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha commentato con soddisfazione: “Un’ulteriore conferma della ritrovata fiducia in questo governo e dunque nell’Italia”.
Europa, previsioni d’autunno tra luci e ombre
Lunedì scorso la Commissione europea ha pubblicato le sue previsioni economiche d’autunno, delineando un quadro contrastato per l’Eurozona. Da un lato, la crescita nei primi tre trimestri del 2025 ha superato le aspettative, spinta inizialmente da un’impennata delle esportazioni in previsione degli aumenti tariffari statunitensi. La buona notizia è che l’economia ha continuato a espandersi anche nel terzo trimestre, dimostrando una resilienza inaspettata.
Per l’Eurozona, il PIL 2025 è stato rivisto significativamente al rialzo all’1,3%, rispetto allo 0,9% previsto a maggio. Un miglioramento che ha colto di sorpresa molti analisti. Tuttavia, per il 2026 le stime sono state corrette al ribasso all’1,2% dall’1,4% precedente, per poi risalire leggermente all’1,4% nel 2027. L’inflazione, dal canto suo, dovrebbe attestarsi al 2,1% nel 2025 per poi oscillare stabilmente intorno al target del 2% della BCE.
Ma c’è una nota dolente che riguarda proprio l’Italia. Mentre l’Eurozona nel complesso mostra segnali positivi, il nostro Paese resta drammaticamente indietro. La crescita prevista per il 2025 è stata letteralmente dimezzata, passando dallo 0,7% previsto a maggio a un magro 0,4%. Per il biennio 2026-2027 si prevede uno 0,8%, collocando l’Italia tra i Paesi con i ritmi più bassi dell’intera Unione. Secondo le proiezioni, saremo penultimi per crescita nel 2026 e addirittura ultimi nel 2027. Una crescita che rimane fortemente dipendente dagli investimenti del PNRR.
Gli altri grandi Paesi europei mostrano dinamiche diverse. La Germania, dopo due anni difficili, dovrebbe registrare appena lo 0,2% nel 2025, per poi accelerare all’1,2% nel 2026-2027 grazie al massiccio piano di investimenti in infrastrutture e difesa del cancelliere Merz. La Spagna mantiene il passo più sostenuto con un 2,9% nel 2025, destinato però a rallentare al 2,3% nel 2026. La Francia, frenata dall’incertezza politica legata al dibattito sul bilancio, dovrebbe crescere dello 0,7% nel 2025, dello 0,9% nel 2026 e dell’1,1% nel 2027.
Il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis ha sottolineato come “continuino a dominare i rischi al ribasso”, evidenziando le preoccupazioni per i dazi commerciali e l’incertezza geopolitica. Il suo messaggio è chiaro: “L’UE deve intraprendere azioni risolute per sbloccare la crescita interna attraverso competitività e innovazione”.
Stati Uniti tra Fed e IA
Mercoledì scorso la Federal Reserve ha pubblicato i verbali della riunione del 28-29 ottobre, svelando divisioni profonde all’interno del comitato di politica monetaria. Il taglio di 25 punti base, che ha portato i tassi al 3,75%-4%, è stato approvato con dieci voti favorevoli e due contrari, ma il vero dibattito riguarda il futuro.
Le due voci dissenzienti hanno rappresentato visioni diametralmente opposte: Stephen Miran, il nuovo governatore nominato da Trump e considerato suo fedelissimo, avrebbe preferito un taglio più aggressivo di 50 punti base. Dall’altra parte, Jeffrey Schmid avrebbe voluto non tagliare affatto. Questa spaccatura riflette il difficile equilibrio che la Fed deve mantenere tra un mercato del lavoro in raffreddamento e un’inflazione che fatica a scendere verso il target del 2%.
I verbali rivelano che “molti” membri del FOMC considerano appropriato non effettuare ulteriori tagli nel 2025, mentre solo “diversi” sarebbero disposti a supportare un taglio a dicembre se i dati economici lo giustificassero. Il risultato è stato immediato sui mercati: le probabilità di un taglio a dicembre sono crollate dal 98,9% di un mese fa all’attuale 32%.
La complessità decisionale è stata aggravata dalla mancanza di dati economici durante i 44 giorni di shutdown federale. Rapporti sul mercato del lavoro, sull’inflazione e su altri indicatori chiave non sono stati compilati o rilasciati durante l’impasse, lasciando i policymaker nell’incertezza. Jerome Powell è stato esplicito durante la conferenza stampa post-riunione: “Un taglio a dicembre non è una conclusione scontata”.
All’interno del comitato si sono cristallizzate tre fazioni distinte. I falchi come Schmid, Collins e Musalem temono che tagliare troppo velocemente possa impedire alla Fed di raggiungere l’obiettivo di inflazione al 2%. Le colombe come Miran, Waller e Bowman spingono per tagli più rapidi per sostenere l’economia. Nel mezzo, i moderati come Powell, Jefferson e Williams preferiscono un approccio paziente, dipendente dai dati in arrivo.
Sempre mercoledì, a mercati chiusi, è arrivato il momento più atteso della stagione delle trimestrali: i risultati di Nvidia per il terzo trimestre fiscale 2025-2026. E il colosso dei chip per l’intelligenza artificiale non ha deluso. Con un fatturato record di 57 miliardi di dollari (in crescita del 62% anno su anno) e un utile netto di 31,91 miliardi di dollari, Nvidia ha superato le già elevate aspettative del mercato.
La vera stella del trimestre è stata la divisione Data Center, che ha generato 51,2 miliardi di dollari, un incremento del 66% su base annua e un balzo di 10 miliardi di dollari rispetto al trimestre precedente. Per mettere in prospettiva questi numeri: l’utile netto di Nvidia cresce letteralmente al ritmo di 4.000 dollari al secondo.
Ma forse ancora più significative sono le previsioni per il quarto trimestre: 65 miliardi di dollari di fatturato previsto, il che comporterebbe un ulteriore aumento di 8 miliardi in appena tre mesi. Jensen Huang, CEO di Nvidia, ha risposto direttamente alle preoccupazioni del mercato: “Si è parlato molto di una bolla dell’intelligenza artificiale. Dal nostro punto di vista, vediamo qualcosa di molto diverso. La domanda di capacità di calcolo continua ad accelerare”.
Gli analisti notano che Nvidia continua a crescere più velocemente del mercato stesso, consolidando la sua posizione dominante in un settore che sta ridefinendo l’economia globale. L’azienda prevede anche un miglioramento del margine lordo al 74,8%-75% per il quarto trimestre, un livello che non si vedeva da cinque trimestri.
Rimaniamo a mercoledì scorso, giornata decisamente piena di notizie, ma questa volta ci spostiamo a Washington dove, durante il U.S.-Saudi Investment Forum, Elon Musk e Jensen Huang hanno delineato una visione che sembra uscita da un romanzo di fantascienza: i datacenter per l’intelligenza artificiale dovranno spostarsi nello spazio.
La tesi di Musk è tanto semplice quanto radicale: la Terra non ha abbastanza energia né capacità di raffreddamento per sostenere la prossima generazione di AI. Secondo i suoi calcoli, raggiungere un terawatt di potenza continua dedicata all’AI sulla Terra è “impossibile”. Considerando che gli Stati Uniti consumano complessivamente circa 490 gigawatt, destinare una parte significativa di questa capacità all’AI semplicemente non è fattibile.
La soluzione? Spostarsi nello spazio, dove l’energia solare è continua e illimitata, dove non servono batterie perché il sole splende sempre, e dove il raffreddamento avviene naturalmente per radiazione nel vuoto. Secondo Musk, entro 4-5 anni il costo del calcolo AI in orbita diventerà “massivamente più vantaggioso” rispetto alla Terra.
Jensen Huang, pur condividendo le preoccupazioni energetiche di Musk, ha mantenuto i piedi per terra. Ha ricordato che nei rack GB300 di Nvidia, 1,95 tonnellate su 2 totali sono dedicate esclusivamente al sistema di raffreddamento. Oltre il 95% della massa dei supercalcolatori serve solo per il cooling. Tuttavia, Huang ha definito i datacenter spaziali “un sogno” per il momento, citando sfide enormi: le radiazioni cosmiche, la necessità di radiatori di decine di migliaia di metri quadrati, infrastrutture spaziali ancora immature e problemi di connettività ad alta banda con la Terra.
Nel frattempo, però, gli annunci concreti non mancano. Musk ha rivelato che xAI costruirà un datacenter da 500 megawatt in Arabia Saudita in partnership con HUMAIN AI (finanziata dal fondo sovrano saudita). Huang ha annunciato un datacenter da 100 megawatt per Amazon Web Services “con ambizione da un gigawatt”. La visione spaziale potrà essere fantascienza, ma gli investimenti terrestri nell’AI sono molto, molto reali.
Resto del mondo: cosa succede tra Cina e Giappone?
Mentre Musk e Huang parlavano di spazio, in Asia una crisi diplomatica molto terrena stava producendo effetti economici immediati e misurabili. Dal 7 novembre, quando la premier giapponese Sanae Takaichi ha ipotizzato un possibile intervento militare del Giappone a difesa di Taiwan in caso di attacco cinese, le tensioni tra le due maggiori economie asiatiche sono esplose.
La reazione di Pechino è stata durissima. L’ambasciata cinese a Tokyo ha definito le dichiarazioni “inaccettabili”. Il console cinese a Osaka, in un messaggio poi cancellato, è arrivato a minacciare di “tagliare quella sporca testa senza la minima esitazione”. La Cina ha quindi emesso un avviso sconsigliando ai propri cittadini di recarsi in Giappone.
L’effetto è stato devastante: 500.000 biglietti aerei cancellati in pochi giorni. Le prenotazioni attive sono crollate da 1,5 milioni a un milione in sole 48 ore, un calo del 33% contro il fisiologico 5% giornaliero. Le tre maggiori compagnie aeree cinesi hanno annunciato rimborsi integrali per tutti i voli verso il Giappone prenotati entro il 31 dicembre.
I numeri spiegano perché Tokyo è preoccupata. I turisti cinesi rappresentano la prima fonte di visitatori per il Giappone, con oltre 8,2 milioni di presenze tra gennaio e ottobre (in aumento del 40% rispetto all’anno scorso). Nel solo terzo trimestre hanno speso oltre un miliardo di dollari al mese, coprendo quasi il 30% della spesa turistica complessiva in Giappone. Secondo l’emittente pubblica NHK, un calo prolungato dei flussi turistici dalla Cina per un anno potrebbe arrecare una perdita economica di almeno 11,5 miliardi di dollari.
Pechino sta inoltre preparando la sospensione delle importazioni di prodotti ittici giapponesi, formalmente legata al monitoraggio delle acque trattate rilasciate dall’impianto di Fukushima, ma chiaramente parte della pressione economica sul Giappone.
I tentativi diplomatici finora non hanno portato a un chiarimento. L’incontro a Pechino tra il responsabile giapponese per l’Asia-Pacifico Masaaki Kanai e il suo omologo cinese Liu Jinsong non ha prodotto risultati. Tokyo ha invitato i propri cittadini in Cina alla prudenza, raccomandando di evitare luoghi affollati e di prestare particolare attenzione all’ambiente circostante. La tensione continua a crescere, mostrando come le questioni geopolitiche possano tradursi rapidamente in danni economici concreti e misurabili.
Anche il mondo delle criptovalute ha vissuto una settimana turbolenta. Bitcoin, dopo aver toccato nuovi massimi storici oltre i 126.000 dollari a inizio ottobre, ha vissuto un novembre molto diverso dalle attese. La principale criptovaluta è scesa più volte sotto la soglia psicologica dei 100.000 dollari, arrivando a toccare minimi sotto i 89.000 dollari, prima di rimbalzare sopra i 91.000 dollari negli ultimi giorni.
Gli analisti citano vari fattori dietro questa volatilità: le dichiarazioni sempre più hawkish dei banchieri centrali della Fed che allontanano le speranze di tagli dei tassi a breve, le rinnovate tensioni geopolitiche, e soprattutto le massicce liquidazioni di posizioni in leva. Nelle ultime settimane sono stati cancellati oltre 683 milioni di dollari in liquidazioni, con le posizioni long che hanno registrato perdite per oltre 556 milioni.
Un dato particolarmente significativo riguarda i detentori a lungo termine: hanno venduto circa 815.000 BTC in 30 giorni, il livello più alto da gennaio 2024. Questo suggerisce che anche gli investitori più convinti stanno prendendo profitti, aggiungendo pressione di vendita al mercato.
Nonostante ciò, molti analisti mantengono un cauto ottimismo. Finché Bitcoin si mantiene sopra i 100.000 dollari, sostengono, il trend rialzista strutturale rimane intatto. E ottobre 2025 è stato il primo anno in cui il consueto schema post-halving “rally rialzista, forte ribasso, lunga ripresa” si è modificato, con Bitcoin che continua a oscillare intorno ai 100.000 dollari con una volatilità relativamente contenuta.
Cosa guardare la prossima settimana?
Settimana corta e relativamente tranquilla per i dati macro, con il PCE Index negli Stati Uniti rimandato a data da destinarsi e la pausa del Thanksgiving. Da monitorare i dati preliminari sull’inflazione di novembre in Germania, Francia e Italia, l’indice sulla fiducia delle imprese tedesche, gli ordini di beni durevoli, i prezzi alla produzione e le vendite al dettaglio di settembre negli Stati Uniti.







