A prima vista, sembra una di quelle domande la cui risposta è così ovvia da non meritare nemmeno di essere posta. I ricchi risparmiano di più? Ma certo che sì, verrebbe da dire. Hanno più soldi, quindi ne mettono da parte di più. Fine della storia.
Eppure, quando tre economisti della Federal Reserve hanno deciso di indagare scientificamente la questione, hanno scoperto che la faccenda è molto più complicata di quanto sembri. E soprattutto, che decenni di studi precedenti avevano dato risposte contraddittorie proprio perché nessuno aveva mai combinato tutti gli ingredienti giusti per rispondere correttamente.
La conclusione? Sì, i ricchi risparmiano effettivamente una quota maggiore dei loro guadagni nel corso della vita. Ma – ed è un “ma” importante – questa differenza si manifesta in modo drammatico solo all’interno del decimo decile più alto della distribuzione dei redditi. Per il resto della popolazione, la propensione al risparmio rimane sostanzialmente piatta.
Elizabeth Llanes, Jeffrey Thompson e Alice Henriques Volz hanno utilizzato i dati del Survey of Consumer Finances (SCF) del 2022, un’indagine che ha un vantaggio cruciale rispetto ad altri dataset: sovracampiona deliberatamente le famiglie ad alto patrimonio netto. Questo è fondamentale perché il 5% più ricco delle famiglie americane detiene il 61% della ricchezza totale. Senza includerli adeguatamente, qualsiasi conclusione sul comportamento di risparmio rischia di essere parziale.
Un altro punto interessante dello studio sta nell’aver costruito una misura diretta dei guadagni nell’arco della vita lavorativa. Gli autori hanno sfruttato i dati dettagliati sulla storia lavorativa contenuti nel SCF, combinandoli con le traiettorie salariali osservate nel Current Population Survey. Il risultato è una stima dei guadagni complessivi dal momento in cui ogni persona ha compiuto 18 anni fino all’intervista, che copre dai 30 ai 44 anni di storia lavorativa per ciascun rispondente.
Il terzo ingrediente chiave della ricerca è una definizione “espansa” di ricchezza che include non solo il patrimonio netto tradizionale, ma anche il valore attualizzato delle pensioni a benefici definiti e della Social Security. Ignorare questi elementi – come hanno fatto molti studi precedenti – significa sottostimare drasticamente il risparmio delle famiglie a reddito medio e basso.
Concentrandosi sulle famiglie con capofamiglia tra i 48 e i 62 anni (quindi prossime alla pensione ma non ancora in fase di decumulo), lo studio calcola il rapporto tra ricchezza espansa e guadagni nell’arco della vita. Questo rapporto può essere interpretato come il tasso di risparmio cumulativo.
I risultati sono illuminanti. Nei primi sei decili della distribuzione dei guadagni nell’arco della vita, il rapporto ricchezza-guadagni resta sostanzialmente piatto, oscillando tra 0,20 e 0,30.
Significa che queste famiglie hanno accumulato una ricchezza pari al 20-30% di quanto hanno guadagnato nella loro carriera lavorativa. La metà superiore della distribuzione racconta una storia diversa: il rapporto sale a 0,39 nell’ottavo decile, 0,45 nel nono, e poi esplode a 0,82 nel decimo decile. Ma è guardando dentro quest’ultimo decile che la differenza diventa davvero drammatica: 0,75 per l’8% appena sotto la vetta, e ben 1,01 per il top 2%. Sì, hanno risparmiato più di quanto hanno guadagnato, grazie ai rendimenti degli investimenti.
Un capitolo importante dello studio riguarda le plusvalenze patrimoniali non realizzate. Ricerche recenti, in particolare uno studio norvegese molto citato, hanno sostenuto che i ricchi non risparmiano affatto di più: la loro maggiore ricchezza deriva esclusivamente dall’apprezzamento degli asset che possiedono, non da un tasso di risparmio attivo più elevato.
Gli autori della Fed hanno voluto verificare questa ipotesi anche per gli Stati Uniti. Hanno quindi ricalcolato i rapporti ricchezza-guadagni escludendo le plusvalenze su immobili, azioni, fondi comuni e attività imprenditoriali. Il risultato? Il gradiente si riduce, ma non scompare affatto. Per il top 2%, il rapporto scende da 1,01 a 0,71, ancora due volte superiore rispetto al nono decile (0,36) e oltre tre volte superiore rispetto ai sei decili inferiori (circa 0,20). In altre parole, anche togliendo l’effetto delle plusvalenze, i ricchi risparmiano attivamente di più.
Alla fine, combinando una misura diretta dei guadagni nell’arco della vita, una definizione comprensiva di ricchezza che include pensioni pubbliche e private, e dati che catturano adeguatamente le famiglie più ricche, la Fed arriva a una conclusione netta: sì, i ricchi hanno una capacità di risparmio più elevata. Ma questa maggiore propensione al risparmio si concentra in modo schiacciante ai vertici della distribuzione, lasciando sorprendentemente omogeneo il comportamento di risparmio del restante 90% della popolazione.
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