Il commercio internazionale sta attraversando una fase particolarmente delicata. L’introduzione di nuovi dazi statunitensi – con tariffe base del 10% o superiori su un’ampia gamma di importazioni – ha rimescolato le carte in tavola, costringendo migliaia di aziende a ripensare strategie consolidate da anni. Eppure, proprio mentre le tensioni commerciali sembravano destinate a paralizzare i mercati, arriva un segnale inaspettato: la fiducia sta lentamente tornando.
È questa la principale conclusione del Global Trade Pulse Survey, il report sul commercio internazionale pubblicato da HSBC a novembre 2025 dopo aver interrogato 6.750 decision-maker in 17 paesi. Il dato più significativo? Il 67% delle aziende globali dichiara di avere oggi maggiore certezza sull’impatto delle politiche commerciali rispetto a sei mesi fa. Non è poco, se consideriamo che ad aprile l’incertezza dominava incontrastata.
La paura di un collasso si sta attenuando. Solo il 22% delle imprese teme oggi che le proprie entrate possano calare di oltre il 25% nei prossimi due anni a causa delle interruzioni nelle catene di fornitura. Ad aprile erano il 37%. Un crollo di 16 punti percentuali che la dice lunga sulla capacità di adattamento del sistema.
Le aziende non stanno semplicemente aspettando tempi migliori: stanno agendo. L’84% ha già diversificato o sta diversificando la propria catena di fornitori, espandendosi in nuove regioni geografiche. Un altro 84% sta cercando di differenziare i propri flussi di ricavi, sviluppando nuove linee di business o rafforzando le vendite online.
Non tutto è rose e fiori. Il 66% delle imprese si aspetta un aumento dei costi operativi nei prossimi sei mesi, con scarsissime differenze tra settori. I dazi doganali sono il principale colpevole, citati dal 54% di chi ha registrato incrementi di spesa negli ultimi mesi. Ma non è solo questione di tariffe: il 47% lamenta costi di trasporto più elevati, il 44% paga di più le materie prime e il 43% ha visto i fornitori aumentare i listini.
Le differenze geografiche sono marcate: il 79% delle aziende statunitensi prevede costi in crescita, contro appena il 42% di quelle italiane. Segno che l’impatto dei dazi non è uniforme e che alcuni mercati riescono a navigare meglio di altri.
Un capitolo a parte merita il capitale circolante. Il 62% delle imprese ha visto aumentare il proprio fabbisogno di liquidità nel 2025, con punte del 77% in India e del 73% negli Stati Uniti. Per rispondere a questa pressione, il 67% ha fatto maggior ricorso al finanziamento a breve termine, mentre il 66% ha cercato fonti alternative di funding, dal private capital alle soluzioni non bancarie.
Nonostante le difficoltà, l’ottimismo prevale. L’88% delle aziende intervistate si dichiara fiducioso nella propria capacità di far crescere il commercio internazionale nei prossimi due anni. E la geografia degli scambi sta cambiando: Europa e Sud-Est asiatico diventano le destinazioni prioritarie, mentre il Nord America – pur restando importante – vede crescere il numero di imprese (22%) che pianificano di ridurne il peso strategico.
Il report HSBC conferma quello che molti sospettavano: il commercio internazionale è più resiliente di quanto sembri. Certo, i dazi fanno male e i costi crescono. Ma le imprese stanno imparando a muoversi in questo nuovo scenario, trovando percorsi alternativi, mercati emergenti e soluzioni creative. Insomma, per riassumerla in uno slogan: il commercio internazionale non si ferma, si trasforma.
Foto di Kevin Schwarz







