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Australia, banca centrale lascia i tassi invariati a novembre 2025

In Australia la banca centrale lascia i tassi invariati su incertezza internazionale. Negli Stati Uniti scende l’indice di ottimismo economico e tocca il minimo da giugno 2024.

In Australia la banca centrale ha lasciato invariato il tasso d’interesse al 3,6% nella riunione di novembre 2025, confermando la linea attesa dai mercati. L’istituto ha rilevato un forte rallentamento dell’inflazione rispetto al picco del 2022, pur con un rialzo temporaneo a settembre. La RBA prevede un ulteriore taglio nel 2026, con l’inflazione di fondo sopra il 3% nel breve periodo e un ritorno vicino al 2,6% entro il 2027. Persistono incertezze interne ed esterne: domanda privata robusta che può riaccendere pressioni sui prezzi, ma anche rischi di rallentamento globale. La politica resta prudente e guidata dai dati.

Stati Uniti, segnali di miglioramento dal settore della logistica.

L’indice Logistics Manager’s Index (LMI) negli Stati Uniti è rimasto stabile a 57,4 nell’ottobre 2025, segnalando una crescita costante del settore logistico. La riduzione delle scorte e il rallentamento nell’uso dei magazzini hanno esercitato pressioni al ribasso, ma la forza del comparto trasporti ha compensato queste dinamiche. Inventari e utilizzo degli spazi di stoccaggio sono diminuiti, mentre prezzi e impiego dei servizi di trasporto sono aumentati in modo marcato. Si interrompe così una fase di due mesi di inversione negativa nel mercato dei trasporti. La diminuzione delle scorte indica l’avvio della stagione degli acquisti festivi, che libera spazio nei magazzini e intensifica i movimenti di merci.

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Stati Uniti, indice ottimismo economico scende sui minimi da giugno 2024

L’indice di ottimismo economico RealClearMarkets/TIPP è sceso del 9,1% a 43,9 nel novembre 2025, toccando il minimo da giugno 2024 e restando sotto la soglia neutrale di 50 per il terzo mese consecutivo. Il sentiment degli investitori è calato leggermente, mentre quello dei non-investitori è crollato, ampliando il divario di fiducia. Tutte le componenti hanno segnato un peggioramento: prospettive economiche a sei mesi, situazione finanziaria personale e fiducia nelle politiche federali. Parallelamente, l’indice dello stress finanziario è salito a 65,2, ben sopra la media storica. A pesare sono inflazione persistente, prezzi alimentari elevati, timori sui dazi e politica monetaria prudente.

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