I dazi continuano a rimanere al centro del dibattito economico. E c’è da scommettere che ci rimarranno ancora a lungo. Ma con il tempo che passa i loro effetti rischiano di trasferirsi dai mercati finanziari all’economia reale. Due interessanti studi provano a darci qualche indicazione in più proprio su questo argomento.
Un nuovo studio di David Baqaee e Hannes Malmberg, pubblicato dal National Bureau of Economic Research (NBER), mette in luce un effetto trascurato ma cruciale: il ruolo dell’aggiustamento del capitale nel lungo periodo.
Utilizzando un modello dinamico del commercio internazionale, gli autori mostrano che l’imposizione di dazi – in particolare su beni strumentali importati, cioè quei beni necessari per produrre capitale – finisce per aumentare il costo del capitale rispetto al lavoro. Questo scoraggia le imprese dall’investire, riduce progressivamente lo stock di capitale in un’economia e, di conseguenza, fa calare sia i salari reali sia i consumi nel lungo termine.
Il punto è che mentre in molti modelli statici gli effetti dei dazi appaiono contenuti, nel modello dinamico con aggiustamento del capitale i costi sono molto più alti. Per esempio, se si considera lo scenario di una guerra commerciale tra Stati Uniti e resto del mondo con dazi simmetrici, il consumo negli Stati Uniti cala del 2,6% nel lungo periodo se si tiene conto della riduzione del capitale. In un modello statico (dove il capitale è considerato fisso), il calo è solo dello 0,6%. Similmente, i salari reali crollano del 3,7% contro l’1,8% nello scenario statico.
Interessante anche la ricerca pubblicata su VoxEU e condotta da Stéphane Auray, Michael B. Devereux e Aurélien Eyquem. Lo studio analizza gli effetti delle tariffe e delle ritorsioni commerciali utilizzando un modello macroeconomico dinamico.
Gli autori evidenziano che l’imposizione di tariffe da parte di un paese, seguita da misure di ritorsione da parte dei partner commerciali, può portare a una riduzione significativa del benessere economico globale. In particolare, le tariffe aumentano i costi di produzione, riducono l’efficienza allocativa e possono innescare una spirale di misure protezionistiche che danneggiano sia i consumatori che i produttori.
Il modello suggerisce che, nel breve termine, le tariffe possono offrire benefici limitati a settori specifici, ma nel lungo periodo gli effetti negativi prevalgono. Le ritorsioni amplificano questi effetti, portando a una contrazione del commercio internazionale, a una diminuzione degli investimenti e a una crescita economica più lenta.
Un aspetto interessante dello studio è l’analisi delle politiche monetarie in risposta ai dazi. Gli autori sottolineano che le banche centrali si trovano di fronte a un dilemma: aumentare i tassi di interesse per contenere l’inflazione causata dalle tariffe o mantenerli bassi per sostenere la crescita economica. Questa incertezza complica ulteriormente la gestione macroeconomica in un contesto di guerre commerciali.
Il messaggio che si legge tra le righe di queste ricerche è chiaro: le guerre commerciali non sono solo uno scambio di colpi a breve termine, ma producono danni strutturali profondi che emergono solo col tempo. Politiche che disincentivano l’investimento compromettono la crescita futura, rendendo tutti più poveri, anche quelli che inizialmente sembravano “vincere”.
Foto di Wälz







