Green Bond, dall’investimento al risultato. Si riducono davvero le emissioni inquinanti?

Ma i Green Bond servono davvero a ridurre le emissioni inquinanti nell’atmosfera? Una ricerca condotta dalla BIS (Bank of International Settlements) prova a dare qualche risposta.

La consapevolezza degli investitori sui temi legati all’ambiente, ed in particolare agli sforzi per contenere gli effetti del climate change, è in costante crescita. Per questo motivo occorre tenere alta la guardia affinchè gli investimenti sostenibili siano realmente green e non si tramutino in un tragico greenwashing.

A questo proposito c’è un’interessante ricerca condotta dalla BIS (Bank of International Settlements), richiamata una settimana fa dall’Economist. Lo studio prova a capire se i green bond stiano effettivamente aiutando il sistema produttivo a ridurre le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera.

L’attenzione specifica sui green bond è motivata dall’enorme successo che questi strumenti stanno avendo sul mercato. Secondo alcune stime, nel 2019 questi prestiti obbligazionari hanno raccolto oltre 200 miliardi di dollari di capitali. Inoltre l’utilizzo delle “obbligazioni green” è al centro dei piani strategici di paesi come la Germania, senza dimenticare il Green New Deal dell’Unione Europea. Insomma, capire se questi prestiti obbligazionari, finalizzati a finanziare progetti eco-sostenibili, riescano o meno a tradursi in concreti miglioramenti ambientali diventa determinante.

Ma torniamo alla domanda che si sono posti Torsten Ehlers, Benoît Mojon e Frank Packer, gli autori dello studio: l’emissione dei green bond è collegata ad una riduzione delle emissioni di CO2 nell’atmosfera? L’analisi dei dati dal 2015 al 2018, su oltre 400 emittenti, non dà una risposta definitiva. La ricerca ci dice che nel 60% dei casi, a 3 anni dall’emissione del prestito, la quantità di anidride carbonica prodotta si riduce, ma si tratta di una riduzione che, nella media, è minima. Statisticamente, concludono gli autori, non si può stabilire una correlazione diretta tra l’emissione dei titoli obbligazionari green e le riduzioni di anidride carbonica.

Tutto da buttare? Assolutamente no. In primis perchè non tutte le emissioni green hanno come obiettivo la riduzione dell’inquinamento, spesso si tratta di progetti legati ad altri aspetti della sostenibilità. Inoltre occorre valutare l’attuale struttura del mercato dei green bond. Lo studio della BIS ci ricorda come la gran parte degli emittenti siano in realtà appartenenti a settori produttori di basse emissioni di CO2, come ad esempio quello finanziario. Le società ad alto tasso di produzione di anidride carbonica sembrano al momento restie ad utilizzare questi strumenti, soprattutto perchè troppo stringenti negli obiettivi. Piuttosto che fallire di fronte agli investitori, queste realtà preferiscono adottare altre forme di finanziamento per attuare la transizione dall’energia fossile a quella rinnovabile.

Per questo motivo la BIS suggerisce l’introduzione di un sistema di rating green. Un metodo di valutazione che passi dallo stringente obiettivo dell’investimento finanziato dal bond, all’impegno complessivo dell’azienda nell’aumentare la sostenibilità energetica della propria produzione. In questo modo si incentiverebbe l’utilizzo di questi strumenti e si creerebbe una sana competizione tra aziende, utile a migliorare il proprio rating ed attirare un maggior numero di investitori.

Altra soluzione – ed esistono già prime emissioni in tal senso – è quella di vincolare i prestiti obbligazionari alla transizione energetica dell’azienda e non ad un obiettivo specifico; sono i cosiddetti transition bond. Interessanti al proposito sono anche i “sustainability-linked” bond, di cui la nostra ENEL è tra i primi emittenti al mondo. Si tratta sostanzialmente di un prestito finalizzato al raggiungimento di determinati target nel tempo. Nel caso di Enel, ad esempio, l’obiettivo è l’aumento progressivo della quota di energia prodotta da fonti rinnovabili.

Foto di digifly840

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