Algoritmi di borsa, da risorsa a problema?

In queste ansiogene giornate di borsa abbiamo tutti sentito parlare dei famosi algoritmi che, in un altro lunedì nero da annali della finanza, hanno preso le redini delle contrattazioni scatenando una corsa alle vendite capace di scaricare a mare oltre 1600 punti del Dow Jones in poche ore.

Le contrattazioni sono sempre più telematiche, gli operatori di borsa hanno abbandonato sia i block notes che le strillanti corse immortalate in alcuni famosissimi film. Oggi un flusso enorme di ordini passa attraverso i pc e ad occuparsene sono sempre di più i software.

La capacità di calcolo dei computer ha permesso di creare sistemi di gestione in grado di incrociare una mole di dati impensabile fino a pochi anni fa. Queste analisi dapprima sono state utilizzate come valido strumento per gli operatori ma successivamente si sono sostituite ad essi nella fare operativa.

Fondi comuni di investimento, etf ed altri soggetti presenti sul mercato sono oramai gestiti interamente da software che valutano le serie storiche, confrontano parametri di borsa e prendono decisioni di acquisto o di vendita in maniera autonoma seguendo l’obbiettivo fissato in fase di programmazione.

Il risultato di questa svolta tecnologica è stata una maggiore velocità di esecuzione e la diminuzione degli errori materiali degli operatori. Quello che è successo lunedì scorso rappresenta il lato meno positivo di questa rivoluzione informatica. Raccontavano alcuni operatori di borsa di come, ad un certo punto, sembrasse quasi che gli algoritmi avessero completamente preso possesso di Wall Street. Le persone presenti parevano trasformati in semplici spettatori, annichiliti ed impotenti di fronte a ciò che succedeva.

Il rapporto tra tecnologia e uomini non è certo argomento che può essere liquidato in poche righe e ci porterebbe troppo distante. Ma in un periodo nel quale si parla sempre più spesso di Fintech, di roboadvisor e di altre implementazioni dell’intelligenza artificiale nella finanza, le testimonianze degli operatori di borsa di Wall Street fanno riflettere.

Non caschiamo dal pero. L’andamento dei mercati azionari non segue più l’economia reale da parecchi anni e si muove spesso sugli intenti speculativi piuttosto che sulle dinamiche del Pil e dell’inflazione (prese invece a pretesto). L’uso “spinto” degli algoritmi sembra però aver infranto il muro del ragionevole. L’asettica lettura dei parametri matematici rischia di rendere ingestibili le situazioni di criticità. Tutto avviene a velocità mai viste prima non permettendo a nessuno, autorità incluse, di poter intervenire in maniera tempestiva per fermare ondate di panico.

Se vogliamo che la tecnologia continui ad essere un valido alleato sarà opportuno quanto prima regolamentarne gli aspetti più spigolosi.

 

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