Siamo oramai a poco più di due settimane dalla COP31, il vertice annuale sul clima. Ad Antalya, in Turchia, dal 9 al 20 novembre, sono attesi tra gli 80 e i 100 mila partecipanti, con delegazioni di quasi 200 Paesi. Più che il tasso di partecipazione o l’agenda, a caratterizzare questo appuntamento sarà soprattutto lo scenario in cui si svolge. Da un lato c’è una crisi energetica che sta mettendo sotto pressione l’economia globale a colpi di inflazione. Dall’altro ci sono le conclusioni dell’Emissions Gap Report 2026, pubblicato in settimana dall’UNEP, che dichiarano perduta la possibilità di contenere il riscaldamento a fine secolo entro 1,5°C senza superarlo prima, anche se temporaneamente.
Per capire da dove si parte conviene ricordare come si è conclusa la COP30 di Belém. Il pacchetto del “Mutirão” ha lanciato il Global Implementation Accelerator e la Belém Mission to 1.5°C, ha chiesto di triplicare entro il 2035 la finanza per l’adattamento. Il documento finale di Belém è stato il primo testo di una COP ad ammettere che il superamento degli 1,5°C è probabile, mentre sui combustibili fossili non ci sono stati passo avanti. Anzi, non sono stati nemmeno citati per nome nel testo finale.
Se la COP30 è stata la conferenza del disincanto, quella in Turchia potrebbe essere l’edizione del realismo. E il rapporto dell’UNEP, qui nella lettura di Carbon Brief, va in questa direzione. Le emissioni globali del 2025 sono state di 58,4 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente, sostanzialmente come nel 2024. I piani nazionali per il 2035, presentati da 124 Paesi che coprono il 75% delle emissioni, taglierebbero le emissioni di appena il 5-8% al 2030 e dell’11-15% al 2035 rispetto al 2025. Per limitare il picco di riscaldamento a 1,7-1,8°C servirebbero invece tagli del 18% e del 45%, insieme a una forte rimozione di CO2 dall’atmosfera per tornare a 1,5°C entro il 2100. Con tutti gli impegni rispettati si arriverebbe a 2,6°C a fine secolo, a 2,8°C con le politiche oggi in vigore.
Il contesto è tutt’altro che favorevole. Dalla fine di febbraio la guerra con l’Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno scatenato uno shock su petrolio e gas: il negoziatore australiano Chris Bowen parla della “peggiore crisi energetica della nostra storia”. Per il Fondo monetario l’inflazione globale quest’anno sarà del 4,7%, a fronte di una crescita del 3,1%. Intanto un El Niño che potrebbe diventare il più forte mai osservato spinge le temperature verso nuovi record: settembre è stato il secondo più caldo mai registrato, a 1,63°C sopra l’era preindustriale, e il 2027 potrebbe stabilire il record assoluto.
Gli obiettivi dichiarati dalle presidenze, nella quarta lettera alle Parti, puntano sull’attuazione più che su nuovi impegni. Il pezzo forte è l’elettrificazione: il pledge “35 by 35” propone di portare l’elettricità dal 20% al 35% dei consumi finali di energia entro il 2035, ma senza dire come produrla (un terzo della produzione mondiale è ancora a carbone). Sul versante negoziale restano la finanza, con la triplicazione dei fondi per l’adattamento e il nuovo obiettivo di 300 miliardi l’anno entro il 2035, gli indicatori di adattamento, il meccanismo per la transizione giusta e l’avvio del secondo bilancio globale dell’Accordo di Parigi. Alle presidenze interessano anche gli NDC ancora mancanti e i rapporti di trasparenza da consegnare entro fine anno.
Le posizioni di partenza dicono molto sulle aspettative. L’Unione europea, nelle conclusioni approvate dal Consiglio il 12 ottobre, ammette che 1,5°C verrà probabilmente superato e punta sulla traiettoria “superamento, picco, discesa”. Chiede la transizione dai combustibili fossili, un’elettrificazione pulita e l’invio urgente degli NDC mancanti. Gli Stati Uniti, fuori dall’Accordo di Parigi dal 27 gennaio e in procinto di lasciare anche la Convenzione quadro dell’ONU, sono i grandi assenti: l’UNEP segnala che nel 2025 le loro emissioni sono cresciute di 133 milioni di tonnellate per la ripresa del carbone, mentre Germanwatch indica nel loro taglio alla finanza climatica, imitato da altri Paesi ricchi, una minaccia per il negoziato.
A complicare le cose c’è la posizione “ibrida” della Turchia e non solo. Per il turco Murat Kurum l’obiettivo di 1,5°C è “una questione di sopravvivenza”, ma Erdoğan avverte che le proposte che non conciliano clima e realtà economiche e sociali “sono destinate a fallire”. Bowen, il cui paese – l’Australia – è un grande esportatore di fossili, sostiene che occorre abbandonarli con transizioni pianificate. I paesi del Pacifico, dal canto loro, chiedono soprattutto di rendere accessibile la finanza: dal 2015 sono stati impegnati oltre 16 miliardi di dollari, ma più di 5 non sono ancora stati erogati.
Il quadro, insomma, lascia poco spazio agli entusiasmi. Non sono attesi nuovi impegni vincolanti sui fossili, e l’agenda è fatta in gran parte di dossier tecnici. A giugno, a Bonn, i negoziati preparatori si sono chiusi senza accordo su molti dossier. Il sentiment lo riassume molto bene Marta Torres-Gunfaus, dell’istituto francese IDDRI: per ora, nessuno si aspetta progressi reali a livello multilaterale.
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