Dalla fine di febbraio il mondo attraversa una crisi energetica particolarmente intensa, legata alla guerra con l’Iran iniziata il 28 febbraio e alla conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz. Di recente il Fondo monetario internazionale ha ricordato che l’economia globale ha fino ad ora retto meglio del previsto, ma che i prezzi di petrolio e gas restano elevati, lo shock non è concluso e i rischi per la crescita rimangono alti. In questo quadro sembra stonato parlare di innovazione, e soprattutto parlarne in termini ottimistici, ma ci proviamo.
La storia, infatti, insegna che proprio nei momenti più complicati l’innovazione trova nuovo sostegno, e per affermarlo non occorre scomodare la distruzione creativa di Schumpeter. La letteratura economica mostra da tempo che l’andamento dei prezzi dell’energia e le politiche ambientali stanno orientando la ricerca verso tecnologie più sostenibili. Ora la domanda che ci si pone è un’altra: cosa accadrà nel malaugurato caso che la crescita si blocchi? A rigor di logica si può pensare che le fasi di contrazione, riducendo profitti e accesso al credito, rallentino la transizione. Uno studio pubblicato dal CEPR sostiene invece che l’innovazione, in una fase di rallentamento, possa diventare ancora più sostenibile.
Gli autori – Diego Känzig (Northwestern University), Maximilian Konradt (Università di Bonn), Lixing Wang e Donghai Zhang (National University of Singapore) – nel loro Innovation, Business Cycles, and the Climate Transition si sono chiesti come il ciclo economico influenzi non solo il ritmo ma anche la direzione dell’innovazione.
Per rispondere a questa domanda si è monitorato l’andamento dei brevetti depositati negli Stati Uniti, utilizzando i codici dell’Ufficio europeo dei brevetti per classificarli in base al loro impatto sulla mitigazione del cambiamento climatico, suddividendoli tra “verdi” e “non verdi”. Fatta questa classificazione, gli autori hanno osservato la reazione dei brevetti al ciclo economico, in particolare a una stretta monetaria di 25 punti base sui Fed Funds e a variazioni inattese del PIL.
Il risultato è decisamente interessante. Dopo una stretta monetaria i brevetti complessivi diminuiscono, ma mentre quelli “non verdi” calano quelli “verdi” aumentano. Più in particolare, la quota di brevetti “verdi” cresce in modo persistente, di circa 0,3 punti percentuali dopo 15 trimestri circa.
La spiegazione del fenomeno è duplice. Innanzitutto occorre ricordare che le recessioni colpiscono soprattutto i profitti di breve periodo e di conseguenza il valore dei brevetti verdi, orientati ai profitti futuri, ne risente meno (è il cosiddetto “canale della durata”). Inoltre, quando l’innovazione tradizionale cala, scende la domanda di ricercatori e con essa il loro costo, un vantaggio che i progetti verdi sfruttano di più.
In conclusione, fermo restando che le recessioni non sono auspicabili, perché l’innovazione complessiva cala, lo studio mostra come un rallentamento temporaneo della crescita possa diventare un’occasione importante per spingere sull’innovazione sostenibile. Questa, infatti, sembra avere maggior presa nei momenti di debolezza: a parità di spesa, sostiene lo studio, un sussidio erogato in questo scenario finanzia più ricerca e orienta più progresso verso la sostenibilità ambientale.
L’obiezione è dietro l’angolo: lo studio prende in considerazione uno shock di domanda, mentre la crisi attuale nasce da un shock di offerta energetica. Si, è vero, ma è anche ipotizzabile che la leva dei costi possa dimostrarsi potente tanto quanto un calo dei ricavi.
Foto di Bernd Dittrich su Unsplash





