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Aspettative di inflazione, se la TV è più autorevole della banca centrale

Aspettative di inflazione, se la TV è più autorevole della banca centrale

Uno studio su dati panel, trascrizioni tv ed esperimenti randomizzati in Turchia mostra che a spostare le aspettative d’inflazione delle famiglie non sono i comunicati delle banche centrali, ma il canale che si sceglie di guardare la sera.

Da quando ha preso le redini dell’Eccles Building, il buon Kevin Warsh ha fatto della comunicazione sintetica, chiamiamola così, un punto centrale del suo programma: meno forward guidance, conferenze stampa più scarne, e ora — secondo quanto riportato dal New York Times giorni fa — l’ipotesi di ridurre gli otto meeting annuali del FOMC, forse a cinque o sei. La logica di Warsh è nota: i mercati si sono abituati ad appoggiarsi troppo alle parole della Fed invece che ai dati, e questo rischia di vincolare la banca centrale alle aspettative che essa stessa ha contribuito a creare. Che i mercati reagiscano a ogni sfumatura lo conferma un dettaglio recente: dopo la conferenza stampa di fine luglio, i rendimenti dei Treasury trentennali hanno registrato il maggior rialzo giornaliero in dodici mesi, nonostante la scelta di lasciare i tassi invariati.

Per i mercati, dunque, la comunicazione della Fed resta un canale potentissimo. Ma è altrettanto centrale per chi maneggia il carrello della spesa e non solo il portafoglio titoli? Uno studio pubblicato dal CEPR e curato da Selva Demiralp, Orkun Saka e Michael Weber ha provato a rispondere all’interrogativo. Al centro dell’analisi c’è la Turchia, di certo non un paese qualsiasi dal punto di vista della politica monetaria. Qui, infatti, nel 2024 l’inflazione è passata da circa il 65% di gennaio a un picco del 75% a maggio, per poi scendere al 44% a fine anno. Qui, inoltre, elemento che scopriremo essere centrale nello studio, il sistema televisivo è nettamente polarizzato per allineamento politico.

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Gli autori hanno incrociato tre fonti di dati: un panel mensile di famiglie (curato dall’Università Koç) che registra aspettative d’inflazione e canale tv preferito, un archivio di trascrizioni dei telegiornali analizzato con metodi testuali, e un esperimento randomizzato pre-registrato. Il primo dato che emerge è che la copertura dell’inflazione varia enormemente a seconda dell’emittente televisiva e non segue l’andamento reale dei prezzi (ci ricorda qualcosa? Si?): le tv d’opposizione ne parlano spesso, quelle vicine al governo molto meno, quelle neutrali si collocano nel mezzo. Il secondo dato interessante che emerge è che gli elettori applicano le loro convinzioni politiche anche nella scelta dei canali tv da guardare. Il risultato è che solo circa un quinto di elettori di ciascuno schieramento guarda canali considerati neutrali.

Fin qui, direte, nulla di nuovo sotto il sole. Ed è vero, ma seguendo nel tempo gli stessi individui — e confrontando persone dello stesso partito, nella stessa provincia, nello stesso mese — gli autori sono riusciti ad isolare un comportanto molto più interessante. Detto in estrema sintesi, più il canale preferito parla di inflazione, più salgono le aspettative di chi lo guarda. Ma attenzione, è la quantità di copertura a contare, non il tono con cui se ne parla. Una volta nominata, l’inflazione resta impressa nella mente del telespettatore anche se raccontata con ottimismo.

Lo studio,poi, evidenzia come emergano tre comportamenti distinti a seconda dell’orientamento politico. Gli spettatori di canali TV neutrali aggiornano le proprie aspettative a prescindere da quale fonte viene loro indicata come autrice della notizia — segno che il loro ancoraggio di partenza è più debole, e quindi più aperto a nuova informazione, chiunque la comunichi.

Gli spettatori di canali filogovernativi aggiornano le proprie aspettative solo se la notizia viene attribuita a una fonte vicina al governo: ciò che conta per loro non è il contenuto in sé, ma chi lo dice.

Quelli dei canali d’opposizione, infine, non aggiornano quasi mai le proprie aspettative, probabilmente perché il tema dell’inflazione è già così presente sulla loro tv abituale che una notizia in più non aggiunge nulla.

Le aspettative d’inflazione, va inoltre ricordato, non restano confinate alla sfera economica: hanno anche un costo politico. Tra gli spettatori neutrali — quelli su cui la copertura tv ha l’effetto più forte — un punto percentuale in più di inflazione attesa riduce di circa il 5% la probabilità di dichiarare sostegno al governo in carica.

Ritornando sulla strategia di Warsh citata in apertura, se volessimo prendere per buoni i risultati dell’esperimento turco ed estenderli a occidente, allora resta sul tavolo un interrogativo. Ha davvero senso ridurre le comunicazioni della banca centrale se il canale alternativo di informazione per le famiglie sono i media e il loro orientamento politico? Oppure avrebbe più senso ristrutturare il modo di comunicare, ribadire la propria indipendenza e riappropriarsi di uno status di autorevolezza che sembra invece lentamente sfumare?

Foto di Tumisu

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